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Atlanta 1996, l’Olimpiade di Yuri Chechi

I tempi del barone de Coubertin sembravano ormai lontanissimi, come se risalissero alla preistoria. E tuttavia, in occasione del primo centenario delle Olimpiadi moderne che cadeva nel 1996, la cosa più giusta da fare sembrava proprio quella di omaggiare non solo la figura del loro inventore ma tutta la grande storia dei Giochi assegnandone ad Atene la ventiseiesima edizione. Quella appunto del Centenario, una scelta che il barone avrebbe sicuramente approvato.

C’era un’altra novità con cui venire a patti. L’antipasto invernale degli ultimi Giochi del ventesimo secolo aveva avuto luogo due anni prima, nel 1994. IlComitato Olimpico Internazionale aveva infatti deciso di sfalsare le due sessioni olimpiche per riempire un vuoto nel calendario degli anni pari. A Lillehammer in Norvegia, due anni dopo Albertville, Alberto Tomba aveva confermato l’argento dello Speciale a pochi secondi dal vincitore Stangassinger. Manuela Di Centa era esplosa nel Fondo femminile vincendo tutte e cinque le gare in cui era iscritta.

Il tedoforo più famoso della storia dei Giochi

Ma l’evento che rimase memorabile di quelle Olimpiadi fu l’arrivo della Staffetta 4×10 km maschile. La Norvegia del fuoriclasse Bjorn Daelie sembrava strafavorita, ma De ZoltAlbarelloVanzetta tennero fino all’ultima frazione, permettendo a Silvio Fauner da Sappada di ingaggiare uno spettacolare testa a testa con Daelie nel rush finale. Davanti a 120.000 scandinavi ammutoliti, Fauner vinse quel leggendario sprint entrando nella storia del suo sport.

Il 19 luglio 1996 al Centennial Olympic Stadium di Atlanta il presidente Bill Clinton aprì i Giochi della XXVI Olimpiade, mentre il braciere veniva acceso da un tedoforo d’eccezione. Mohamed Alì sapeva dal 1984 di soffrire di morbo di Parkinson, ma vederne i segni progressivi sul suo volto e su quel corpo che una volta aveva rivaleggiato con le farfalle nello sport più violento che esista commosse il mondo più di quanto avessero fatto le più grandi delle sue vittorie. Alì affrontò la prova con il consueto coraggio. Il CIO lo omaggiò restituendogli quella Medaglia d’Oro vinta tanti anni prima a  Roma, che lui aveva gettato per rabbia nel fiume Ohio a Louisville, dove viveva ed era tornato dopo la vittoria soltanto per scoprire che il razzismo era ancora tutto da affrontare e sconfiggere.

Atlanta passò alla storia come un capolavoro di disorganizzazione, che acuì il rimpianto per la mancata designazione di Atene. Ma dal punto di vista dei risultati fu una buona Olimpiade. Non solo per l’Italia, che eguagliò quasi il successo di Los Angeles con 13 medaglie d’oro (mancò la quattordicesima la nazionale di Volley che sbatté di nuovo contro l’Olanda, questa volta in finale). In compenso, Yuri Chechi si riprese ciò che la sorte gli aveva negato a Barcellona. Paola Pezzo impose la sua classe ed il suo decolleté nella Mountain Bike, che esordiva ai giochi. Agostino Abbagnale rinverdì i fasti di Giuseppe e Carmine nel Canottaggio, mentre Antonio Rossi insieme a Daniele Scarpa si prese l’oro della Canoa per la prima volta.

Paola Pezzo, il decolleté più famoso della storia dei Giochi

Poi, la solita messe di medaglie da Ciclismo, Scherma, Tiro. In Atletica, l’attesissima Fiona May – l’inglese che aveva scelto l’Italia per amore – si fermò all’argento nel Salto in Lungo. Dove tra i maschi, Carl Lewis entrò ancora di più nella leggenda sportiva come uno dei tre che erano riusciti a trionfare in quattro Olimpiadi diverse, dopo il discobolo Al Oerter e il velista Paul ElvstromJosefa Idem, tedesca naturalizzata italiana anche lei per amore, si fermò al bronzo nella Canoa.

Michael Johnson aveva già superato nei Trials pre-olimpici lo storico e longevo record del mondo del nostro Pietro Mennea, ottenuto nel 1979 a Città del Messico in altura. Ad Atlanta, Johnson disintegrò ulteriormente il proprio limite portandolo ad uno strepitoso 19’’32. Dopodiché si aggiudicò anche i 400 metri. La francese Marie-José Perec fece la stessa doppietta tra le donne, stabilendo anch’essa un primato (sui 400) che avrebbe resistito a lungo, 48’’25.

Nel torneo di Basket, nuova vittoria statunitense ancora sulla Jugoslavia (termine con il quale si intendevano ormai soltanto Serbia e Montenegro, le superstiti della vecchia federazione), ma il Dream Team non era stato rimesso in campo. Nel calcio, vittoria della sorprendente Nigeria sulla favorita Argentina. Nel Tennis, vittoria del superfavorito André Agassi su Sergi Bruguera. Avrebbe potuto benissimo essere la finale di un torneo da Grand Slam. Anche questo era un segno dei tempi. Lo sport professionistico aveva conquistato definitivamente Olimpia. Bevendo Coca Cola.

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Mr. Bloogger

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