Ombre Rosse

Attenzione, la fregatura è in arrivo

Quando ti dicono: è un risultato storico…, è il primo/la prima a diventare…, segnati perché la fregatura è in arrivo. C’é, anche se al principio non si vede. Il primo presidente degli Stati Uniti afroamericano è stato uno dei più grandi disastri della storia di quel paese, e non lo potevi neanche dire a voce tanto alta perché rischiavi un’accusa di razzismo.

Subito dopo, Hillary Clinton poteva essere la prima donna presidente, dopo essere stata a suo tempo First Lady. Non sono molte le donne che rimpiangono l’occasione perduta, dentro e fuori gli States, anche se pure loro lo dicono a voce bassa.

La prima ministro della difesa italiana donna è stata Roberta Pinotti, e quel poco di esercito che ci rimane ha rischiato di diventare una succursale dei Boy Scouts. Con Elisabetta Trenta che le è succeduta, in compenso, ha rischiato di diventare una succursale dell’ANPI.

Ursula von der Leyen e Giuseppe Conte

Laura Boldrini non è stata la prima donna Presidente della Camera, preceduta da Nilde Iotti e Irene Pivetti. Ma è stata la prima che ci ha fatto vergognare della scelta. E anche a lei, guai a dirglielo, si rischia dal sessismo al delitto di genere ai crimini contro l’umanità (quella femminile, l’altra non credo che le interessi, a meno che non provenga dal terzo mondo).

Ursula von der Leyen è anche lei una prima donna. La prima ad essere eletta Presidente della Commissione Europea, da quando è stata istituita nel gennaio del 1958 e soprattutto da quando l’Unione Europea è diventata una federazione effettiva di stati sempre meno sovrani.

Non fai a tempo a congratularti che mentre leggi la sua scheda e ti prende male. Eletta al termine di una trattativa durissima e complicatissima, nel momento peggiore in cui la UE era sotto attacco da parte dei cosiddetti sovranistiin quel momento guidati dall’astro emergente del governo italiano Matteo Salvini, la von der Leyen non è stata scelta in quanto donna ma in quanto tedesca, e per di più quasi una fotocopia della leader pluridecennale del suo partito, la CDU: Angela Merkel.

Ursula von der Leyen

Grazie al voto decisivo del Movimento Cinque Stelle italiano (un collaborazionista dalle nostre parti si trova sempre) che ha sconfessato la propria compagine governativa – preparando poi la svolta di qualche mese dopo che ha visto l’alternarsi in Italia di una compagine di segno diametralmente opposto -, la signora Ursula è uscita fuori da un cilindro che sembrava irrimediabilmente sfondato e ha ridato voce e baldanza agli europeisti.

Con Salvini estromesso, la Francia riallineata da Macron (remunerato con la nomina di Christine Lagarde alla BCE) ed il gruppo di Visegrad momentaneamente ridotto al silenzio, l’Unione è tornata ad essere quello che è almeno dal 1992, da Maastricht: lo strumento con cui la Germania amministra il suo Quarto Reich e con cui le lobbies affaristiche europee ed internazionali controllano gli stati in cui tengono i loro affari correnti.

La scheda di Ursula, dicevamo. Una che nasce figlia d’arte, che studia – o almeno dice di studiare – di tutto, dall’archeologia alla medicina alle relazioni internazionali, e poi alla fine segue l’ovvio iniziale consiglio del papà di cui è figlia (Ernst Albrecht, presidente del lander della Bassa Sassonia) e si dà alla politica, è una predestinata a modo suo. Ma come icona del successo femminile conquistato a caro prezzo in un mondo maschile ci stona anzi che no.

E poi, parla quella lingua tedesca che in Europa si ascolta sempre mal volentieri, chiunque sieda nel Reichstag di Berlino. Von der Leyen del resto nasce Albrecht ma si traduce Merkel, e significa il prosieguo di una politica comunitaria che ha ridotto quasi sul lastrico buona parte dei paesi membri. Anche se al Conte bisvengono fatti molti sconti che al Conte prima edizione non venivano concessi.

Anche se il Covid ha imposto una deroga al Patto di Stabilità che sicuramente ha consentito ai paesi del Nord Europa di sostenere la propria popolazione inginocchiata dalla prima fase della pandemia, mentre in Italia ci si ritrova invece a discutere se sia il caso di fare altri debiti con l’Unione e le sue banche, poiché a quanto pare e a differenza di quanto sostiene il tombeur des premieres dames Giuseppe Conte a noi le deroghe non spettano.

Personaggio che inquieta proprio quando sorride, come tutti i tedeschi, come il suo archetipo e mentore Angela Merkel. Personaggio che non cessa di sorprendere, come quando – mentre si discute del piano affonda-stati denominato MES (European Stability Mechanism) – butta lì con apparente nonchalance (parola peraltro intraducibile in tedesco) che l’Europa ha bisogno di diventare uno stato unico, con un unico governo ed un’unica legge. Guai a farvi tornare in mente lo slogan germanico di ottant’anni fa: ein volk, ein reich, ein fuhrer. I progressisti non la prendono bene e reagiscono accusandovi di diffondere l’odio.

L’Europa diventerà un grande maneggio per la Germania di Ursula von der Leyen?

Quanto a quell’unica legge, esce proprio adesso la proposta di utilizzo del Recovery Plan da parte del governo italiano in linea con le compatibilità dell’Europa di Ursula. Le voci di spesa destano quantomeno perplessità. Le priorità dell’Italia che piace alla UE sono quantomeno singolari. Un dato su tutti, la parità di genere evidentemente con l’elezione di Ursula è tutt’altro che da considerarsi conquistata, se ad essa si ritiene di destinare esattamente il doppio che alla sanità.

Avevamo capito che in era in corso una pandemia. Ma forse abbiamo capito male, il virus che ci sta consumando è d’altro tipo: digitalizzazione, transizione ecologica, le parole d’ordine della sinistra italiana ed europea da quando si è messa a friggere aria ci sono tutte. Forse ci siamo persi qualcosa. Che il nuovo Reich sia donna? E che il sessismo sia la malattia finale del capitalismo?

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Mr. Bloogger

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