Cinema

Blade Runner, correndo sul filo del futuro

Il 2019 è stato, per i cultori della fantascienza socialmente impegnata, un anno topico. Come lo era stato il 1984, anno in cui era stato ambientato il romanzo futuribile di George Orwell scritto dal giornalista inglese quarant’anni prima, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale e degli incubi a cui essa aveva dato vita, per lasciarne poi in eredità anche di peggiori.

Il Grande Fratello e la sua dittatura computerizzata, allo scoccare dell’anno fatidico non erano sembrati nella realtà molto lontani dall’avverarsi. Esperienza che ha potuto in qualche modo ripetersi allorché il calendario ha voltato la pagina relativa al novembre 2019, data in cui la vicenda di Blade Runner si svolgeva.

Era il 25 giugno 1982 quando un già affermato regista britannico – che aveva già messo a segno due colpi non da poco con I duellanti (l’epico e metafisico duello prolungato nel tempo tra i due ufficiali napoleonici Harvey Keitel e Keith Carradine) e con Alien (lo scontro tra il primo celebre mostrodel cinema dopo King Kong e Godzilla, e la prima eroinaautosufficienteal femminile, con le fattezze di Sigourney Weaver) – portò sul grande schermo quello che resta a tutt’oggi il suo capolavoro e che gli spalancò definitivamente le porte di una carriera straordinaria.

Ridley Scott

Assieme a Stanley Kubrick, Ridley Scott è da considerarsi il più grande tra i poliedrici registi che si sono cimentati anche con la fantascienza. Al pari di 2001 Odissea nello Spazio, il suo Blade Runner può essere considerato non soltanto il masterpiece personale (di una carriera che in ultima analisi è fatta pressoché soltanto di capolavori), ma anche una pietra miliare cinematografica in assoluto. Dopo il film di Scott, la fantascienza, ovvero l’arte di mettere insieme fantasia e scienza e predire il futuro, non avrebbe più potuto essere la stessa. E non lo è stata.

Il film di Scott era anche un atto di giustizia, perché finalmente portava a conoscenza del grande pubblico (al di fuori del circolo dei cultori della fantascienza, ristretto a poco più  degli abbonati ad Urania) l’opera di un altro fuoriclasse come lui. Tra tutti i padri della science fictionscritta, Philip K. Dick è stato un soggetto del tutto particolare. Praticamente e fortunatamente sprovvisto di quella fede nella bontà assoluta del progresso che caratterizza chi volge con spirito positivista e ottimista lo sguardo verso il futuro dell’umanità, Dick – che per ironia della sorte venne a mancare proprio mentre il film tratto da quello che era prima di tutto il suo di capolavori usciva nelle sale, procurandogli finalmente quella fama assolutamente meritata che gli era stata negata in vita – era il capostipite della fantascienza esistenzialista. Quella che non si faceva e non si fa illusioni né sulla natura umana né sul progresso verso cui è capace di indirizzare la propria vita e modellare la società in cui essa è vissuta. Che finisce piuttosto per creare sopra di sé un cielo fosco e ammorbato come quello che appesantisce per tutta la sua durata la vicenda di Blade Runner.

Se il libro di Dick era arrivato in Italia penalizzato da una pessima traduzione del titolo (Do Androids Dream of Electric Sheep?era diventato l’asettico ed insignificante Il cacciatore di androidi), al film andò meglio. Nella misura in cui gli fu mantenuto il titolo scelto personalmente da Scott. Il produttore Alan Ladd jr. (il figlio dell’attore che aveva interpretato Il cavaliere della valle solitaria) approvò, realizzando tra l’altro il secondo miracolo personale: dopo aver salvato in un momento critico la produzione di Guerre Stellari fece altrettanto con quella di Blade Runner, e per non fosse altro che per questo si merita un poso d’onore nella storia del cinema.

Philip Kindred Dick

Blade Runner, colui che corre sul filo del rasoio. La storia di un detective all’apparenza nel solco della grande tradizione americana di Chandlered Hammett, ma trapiantato in un futuro del tutto particolare. La sua unità, la sua FBI del futuro, si occupa di rintracciare ed eliminare quei robot creati dall’uomo per assolvere a tutti i compiti a cui l’uomo non vuole più dedicarsi, e che essendo stati realizzati talmente bene da sviluppare una propria intelligenza e coscienza autonome, arrivano a desiderare di rendersi indipendenti, longevi, felici. Proprio come l’uomo.

Gli androidi di Dick sognano pecore eletriche? Quello che conta è che sognano, e desiderano una libertà che li spinge alla fuga, fino a mettersi in contrasto con i loro creatori che ne conoscono bene le potenzialità, ritenendole ormai pericolose per la razza umana.

I replicanti ripetono alla perfezione la vita umana, con i suoi pregi e difetti. Ma hanno una data di scadenza innestata loro dalla ditta produttrice, quella Tyrell Corporation che sposta nel futuro di Dick e Scott la paura del Grande Fratellogià evocata a suo tempo da Orwell. E dà nuova voce al rifiuto delle grandi e onnipotenti multinazionaliche già all’epoca di uscita del film stava diventando patrimonio comune di quella parte dell’umanità che ci teneva ad identificarsi come progressista.

Harrison Ford nei panni di Rick Deckard, Unità Blade Runner

Ad impersonare il marlowiano Rick Deckard, Scott andò sul sicuro e chiamò un attore che aveva appena avuto la sua consacrazione. Harrison Ford non era più la comparsa di American Graffiti, ma l’astro consacrato da Han Solo di Guerre Stellari e da Indiana Jones. La sua recitazione come sempre misurata e ironicamente sotto traccia rese credibile il suo personaggio, e ancor più verosimilmente disperata la sua missione: confrontarsi con un mondo ormai artificiale, di plastica, irrimediabilmente inquinato e contaminato. Un mondo ormai inospitale per l’uomo, che i replicanti, non necessitando di respirare aria pura come lui, sono destinati fatalmente ad ereditare, prima o poi.

Ad impersonare il suo alter ego, l’avversario che gli dà filo da torcere fino alle battute finali scegliendo alla fine di risparmiarlo, di salvarlo perché almeno lui mantenga il ricordo di tutto ciò che si sta spegnendo assieme alla vita artificiale del replicante Roy Batty, Scott chiamò invece un attore semisconosciuto e finì per consacrare un’altra stella. Rutger Hauer era un caratterista olandese che si ritrovò, dopo aver recitato il suo celebre monologo finale (*), stella del cinema hollywoodiano. Inquietante nelle sue espressioni, convincente nel ruolo del pericoloso robot che ha l’unica colpa di voler vivere oltre la sua data di scadenza, così come di lì a poco lo sarebbe stato nei panni dello psicopatico autostoppista in The Hitcher – La lunga strada della paura.

Rutger Hauer, nei panni di Roy Batty, l’ultimo replicante

Il film fu un successone malgrado spaccasse critica e pubblico in due, come si conviene del resto ai capolavori che fanno epoca. Qualcuno contestò la sua scarsa presa in termini di azione, altri – i più, per la verità – apprezzarono la fedeltà alla scrittura originale. L’esistenzialismo di Dick perfettamente reso dalle atmosfere cupe di Scott, che solo nel finale dà speranza – o illusione – allo spettatore mostrandogli un cielo sereno al di sopra dell’astronave con cui Deckard e la replicante Rachel fuggono dagli altri Blade Runner incaricati della loro eliminazione.

Da segnalare, l’immancabile sequel, a firma di un regista cultdell’ultima generazione, Denis Villeneuve, acclamato dalla critica ma bocciato dal pubblico, che ha visto nel suo Blade Runner 2049 uno scivolamento nell’ipertecnologico, nel fumettistico, negli effetti speciali che non potrebbero essere più lontani dallo spirito dell’originale. Con la partecipazione di un Harrison Ford, tra l’altro, che tenta il tris dopo i colpacci messi a segno con l’Indiana Jones e lo Han Solo invecchiati degli ultimi sequel delle sue celeberrime franchise, ma che stavolta riesce solo ad immalinconire, anche più del suo vecchio avversario che gli si era spento tra le braccia al termine della battaglia del 1982.

Quanto all’originale, le sue versioni periodicamente riproposte con l’aggiunta dei tagli imposti a suo tempo dalla produzione – il cosiddetto Director’s Cut– non cessano di affascinare le nuove generazioni. Mentre rimandano con nostalgia, e con sopravvenuta e forse tardiva presa di coscienza, la mente di quella generazione un po’ invecchiata che lo vide uscire nelle sale per la prima volta alla ingenua sensazione di eccessiva futuribilitàche certe immagini e certe trovate allora suscitavano.

Sean Young nei panni di Rachel, la compagna replicante di Rick Deckard

Ai posteri, ovvero a noi sopravvissuti del 2019 e degli anni a venire, l’ardua sentenza. Basta girare per una qualunque strada di una qualunque delle nostre periferie per rendersi conto che levisionidi Dick e Scott si sono sostanzialmente avverate, o sono comunque sul punto di farlo. Viviamo in una realtà sempre più plastificata, corrotta, inquinata, intrappolati in rapporti sociali e interetnici che qualcuno vorrebbe spacciare come progressismoe solidarismoe che invece rispecchiano sempre più una sostanziale alienazione, una incompatibilità connaturata agli umani, più che ai replicantiche forse – per quanto ne sappiamo – sono già tra noi.

Manca per il momento la bancarella cinese che vende occhi di ricambio. Per il resto, sotto lo sguardo compiaciuto e divertito di Philip K. Dick e di Ridley Scott, di ciò che allora sembrava il frutto della loro visionarietà non ci stiamo facendo mancare nulla.

(*) «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» (Roy Batty)

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Mr. Bloogger

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