Ambiente

Cernobyl

Alle 1:23 del mattino la fortissima pressione esercitata dall’idrogeno liberato dal brusco ed incontrollato aumento della temperatura del nocciolo del reattore numero 4 provocò la rottura delle tubazioni del circuito di raffreddamento. L’idrogeno entrò in contatto con la grafite incandescente delle barre di controllo e con l’aria. Pochi istanti dopo, l’esplosione terrificante fu capace di scoperchiare il reattore proiettandone in aria il pesante coperchio di oltre mille tonnellate.

Dal cilindro non più chiuso ermeticamente nelle ore successive si disperse nell’atmosfera una quantità tale di isotopi radioattivi da far classificare l’incidente al massimo grado della speciale scala INES con cui si misurano gli incidenti nucleari: livello 7. E da contaminare significativamente tutta l’Europa Orientale e la Scandinavia e in misura minore ma comunque preoccupante anche quella Occidentale ed i Balcani.

La “zona proibita”

Perfino sulla costa orientale del Nord America furono riscontrate le tracce di radioattività che attestavano la gravità dell’incidente occorso al reattore numero 4 della centrale nucleare Vladimir Ulianov Lenin, situata nell’Ucraina settentrionale a poca distanza dal confine con la Bielorussia, all’epoca entrambe facenti parte della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

A Cernobyl, sette anni dopo, non si poté nascondere nulla, quand’anche il regime sovietico agonizzante sotto la guida di Mikhail Gorbacev avesse voluto farlo. L’incidente fu talmente grave fin da subito da monopolizzare i media di tutto il mondo e da provocare uno shock irreversibile. Secondo le ricostruzioni successive, più che a difetti di progettazione della centrale la catastrofe fu ascrivibile ad errore umano. Il 25 aprile di quell’anno il reattore numero 4 doveva essere fatto oggetto di normali operazioni di manutenzione, che furono condotte a quanto pare con faciloneria e negligenza.

La struttura fu sottoposta ad una sollecitazione eccessiva provocata da operazioni umane sbagliate, nella fattispecie un brusco, incontrollato e presto non più controllabile aumento della potenza e quindi della temperatura. L’acqua di raffreddamento si scisse nelle molecole di ossigeno e idrogeno. Quest’ultimo a pressione elevata provocò il disastro.

La squadra dei vigili del fuoco del tenente Vladimir Pravik

La radioattività liberata il 26 aprile 1986 dal reattore della centrale Lenin di Cernobyl provocò nell’immediato 57 vittime, i vigili del fuoco accorsi per far fronte alle conseguenze immediate dell’esplosione. Il resto lo fece il fall out radioattivo, la cui entità fu amplificata dalle condizioni metereologiche del continente europeo. I venti e le zone di alta pressione a cuneo spingevano inesorabilmente gli isotopi verso ovest.

E’ stato calcolato che le vittime ufficiali dell’esplosione del reattore 4 ammontino ad una cifra compresa tra i 6mila morti indicati dalle autorità ufficiali ed i 60mila piuttosto stimati dalle organizzazioni non governative. L’area di Cernobyl è a tutt’oggi proibita, interdetta alla popolazione, e lo sarà per lungo tempo.In realtà, non è dato sapere qual è stata la ricaduta effettiva sulla salute degli europei (e non solo) della diffusione degli isotopi radioattivi.

Vale la pena ed è sufficiente forse ripetere quel nome, da favola terrificante della buonanotte da raccontare a quell’eterno bambino che è rimasto l’uomo, sperando che almeno la paura, l’inestinguibile ancestrale paura della fine del mondo sia capace di ravvederlo: Cernobyl.

Autore

Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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