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… e a Wimbledon fu scritta la leggenda

Il torneo di Wimbledon edizione 1980 era stato quasi noioso. Il detentore del titolo, Bjorn Borg aveva avuto un percorso di tutto riposo fino alla finale, lasciando solo un set nella semifinale a Brian Gottfried, giocatore solido ma di scarso talento e tuttavia il più pericoloso avversario affrontato dallo svedese quell’anno. Dopo l’apprensione causatagli nell’edizione 1979 da Roscoe Tanner, battuto solo al termine di cinque set di fuoco, stavolta Borg non vedeva proprio avversari, pregustando già il quinto titolo consecutivo.

Dall’altra parte, il suo avversario di sempre, quel Jimmy Connors che l’aveva quasi messo alle corde nel 1977 e che l’aveva poi battuto negli Stati Uniti a Flushing Meadows, aveva tutte le intenzioni di riprovarci, ma prima doveva vedersela con l’ex ragazzo terribile, John McEnroe, nella rivincita della semifinale di tre anni prima. Stavolta vinse l’americano più giovane. La finale sarebbe stata l’inedita Borg-McEnroe. Il pronostico era tutto per lo svedese, in uno stato di forma spaventoso e all’apice della sua carriera.

Il 4 luglio 1980 i giocatori fecero il loro ingresso sul Centre Court per quella che si sperava fosse una bella finale. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata una finale leggendaria. Il match del secolo. McEnroe dimostrò subito di essere venuto felicemente a patti con se stesso, conquistando un primo set incredibile per 6-1 e lasciando di sasso un attonito Borg.

Lo svedese, che era stato sotto inizialmente tante volte ma che non aveva mai perso la calma in tutta la sua vita, reagì da par suo prendendosi secondo e terzo set non agevolmente ma con sicurezza: 7-5 6-3. Nel quarto, l’americano riuscì a far partita eguale fino al tie-break, ma lo svedese sembrava sempre avanti, ormai salito in cattedra con il suo gioco fatto di potenza e regolarità che vanificava spesso i lampi di genio scaturiti dalla racchetta del mancino newyorkese. L’epilogo sembrava scritto, anche se un po’ più a fatica di quanto era stato pronosticato. E invece…..

Chiunque abbia visto quel tie-break del quarto set non potrà mai dimenticarlo. Punto a punto, i due contendenti si scambiarono colpi vincenti alternandosi nel vantaggio. Se Borg era ancora il favorito, l’outsider mostrò un coraggio e una classe incommensurabile, finendo per prevalere 18-16, acclamato dal pubblico inglese in delirio, completamente dimentico di qualsiasi aplomb tradizionale.

Non  solo, ma anche la gente – soprattutto i compassati inglesi – che al principio lo aveva cordialmente detestato per la sua irriverenza verso le sane abitudini e tradizioni di uno sport in cui perfino il tifo e l’esultanza erano quasi considerati disdicevoli, adesso stava passando dalla sua parte, divertendosi quasi alle sue intemperanze ed accogliendolo come il segno più eclatante e finalmente ben accetto dei tempi nuovi.

La strada per la finale del 1981 apparentemente fu identica a quella dell’anno prima. A ben guardare, invece, le parti si erano rovesciate. Mac, come ormai era soprannominato, si liberò di tutti gli avversari con facilità irrisoria. L’orso svedese, che era reduce dalla sesta vittoria al Roland Garros dove aveva annichilito un altro giovane talento emergente, Ivan Lendl, sembrava stanco, affaticato. Stavolta, per quella finale, non c’era un vero favorito. Semmai Mac sembrava addirittura più forte dell’anno prima, Bjorn appena un po’ meno.

Fu Borg a portarsi avanti nel primo set, illudendo i suoi tifosi che la serie potesse essere allungata. Il secondo e terzo set seguirono la regola dei servizi, arrivando ai tie-break che furono tutti, ancora una volta, appannaggio di Mac. L’americano mostrava una forza interiore e una sicurezza del tutto nuove, unitamente a quei colpi che strappavano ormai applausi a scena aperta al pubblico british. Nel quarto set, sembrava che si ripetesse la vicenda dei precedenti, ma al decimo gioco qualcosa cedette nella corazza di Borg, e Mac gli strappò il brandello decisivo: 6-4.

Era finita un epoca, ne cominciava un’altra. Borg non accettò il declino. Si ritirò formalmente al torneo di Montecarlo l’anno seguente, ma Ice-Borg era rientrato per l’ultima volta negli spogliatoi il giorno della finale di Wimbledon 1981, con sotto braccio il piatto che viene consegnato al secondo classificato. L’epopea era passata, adesso toccava alla cronaca quotidiana, molto poco avvincente per chi disegnava capolavori con la racchetta in mano.

Nel 1985 John McEnroe ai nastri di partenza di Wimbledon non c’era. Il fidanzamento con la figlia di Ryan O’Neal, Tatum, in primavera gli aveva dato motivazioni esistenziali che il tennis non gli dava più, almeno da quando non poteva più scrivere pagine di grande storia a modo suo, contro l’unico degno avversario che riconosceva suo pari. Così finì a soli 24 anni la carriera del più straordinario talento che abbia impugnato la racchetta. La grande storia era finita. La leggenda era appena cominciata.

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Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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