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Enduring Shame. Dio salvi l’Afghanistan

E così, gli americani si preparano ad una figuraccia epocale quale non capitava loro dal 1975, da quella fuga ignominiosa dal tetto della loro ambasciata a Saigon, tutti aggrappati disperatamente all’ultimo elicottero, manco fossero stati ladri d’appartamento.

La storia non insegna nulla, men che meno agli americani che non la studiano, così come non studiano la geografia. Conoscono solo i 50 stati della loro Unione e qualche data importante della loro storia locale, dalla Dichiarazione di Indipendenza all’ultima finale del Superbowl.

Nel 1975 scoprirono a spese della loro ingenuità già allora proverbiale che Golia poteva essere ridicolizzato da Davide, non bastava essere – o sentirsi – dalla parte della ragione. A queso mondo, la ragione va sempre riaffermata sul campo, con le armi, e gli Stati Uniti credevano di aver dato tutto, una volta per tutte, con la seconda guerra mondiale. Non erano mentalmente preparati o disposti ad una terza, che infatti subiscono dal 1945 ad oggi giocando sempre in difesa. Sempre privi di una strategia e perfino di una semplice tattica di gioco efficace.

E facendo danni. Il Vietnam abbandonato pagò a lungo il conto lasciato da loro in termini di massacri e feroce dittatura da parte dei Vietcong vittoriosi. Altrettanto toccò alla Cambogia, lì accanto. Pol Pot ed i successori di Ho Chi Mihn rivaleggiarono in efficacia come degni emulatori del nazismo, con i loro campi di rieducazione assassina e le loro urla del silenzio.

Che cosa toccherà stavolta all’Afghanistan è purtroppo immaginabile. I nazisti dell’Islam, i Talebani, sono a due passi da Kabul, e dalla riconquista di un paese che in buona fede – a prescindere dalla Fede – aveva creduto negli Occidentali e nel loro aiuto per una Enduring Freedom. Qualche giovane ragazza del luogo aveva addirittura azzardato di ritirare fuori dai nascondigli quelle foto di nonna con la minigonna (anni 70, anche durante l’invasione dell’Armata Rossa, l’URSS era totalitaria ma non bigotta) che fino al 2001 potevano valere una condanna a morte. Una morte atroce.

Il paese aveva ripreso a vivere all’occidentale, confidando nella cooperazione americana ed europea che aveva insegnato ai suoi abitanti nuovamente i mestieri necessari ad una società civile, da quelli della medicina a quelli che mantengono in funzione i servizi essenziali. Gli afghani avevano dato una mano come interpreti, come guide, come manodopera di ricostruzione e ammodernamento di una nazione, la loro patria, che per l’ennesima volta si illudeva che la pace riconquistata a caro prezzo fosse qualcosa di più duraturo di una tregua nell’interminabile guerra che dall’Ottocento fa dell’Afghanistan un paese in conflitto perenne e del suo popolo un popolo di guerrieri per antonomasia.

Quando i Talebani rientreranno a Kabul, dopo aver conquistato nelle ultime ore Herat, Lashkar Gah e Kandahar, è facile immaginare il bagno di sangue a cui si abbandoneranno. Hanno sicuramente già pronti gli elenchi dei collaborazionisti, da punire nel modo bestiale che il Corano da sempre riserva a coloro che tradiscono la vera fede ed i suoi profeti.

Collaborazionisti che, è facile immaginare, non troveranno neanche un posto libero sugli ultimi elicotteri che si leveranno in volo dal tetto dell’ambasciata USA di Kabul, allorché un altro Davide verrà a spernacchiare l’ottuso Golia che comunque farà in tempo a cavarsela, lasciando sul terreno i suoi amici e fratelli. Qurantasei anni fa sugli elicotteri americani non un solo vietnamita del sud trovò posto per salvarsi dal massacro. Stavolta andrà anche peggio, con i Talebani incattiviti da vent’anni trascorsi nei campi di addestramento iraniani e pakistani a coltivare dentro di sé un fanatismo alimentato da continue sconfitte.

Quando rientrò in Italia la nostra missione di pace (quanto siamo ipocriti da quando l’art. 11 della Costituzione repubblicana del 1947 ci impedisce di dire a viso aperto che un paese sovrano ha tra i suoi diritti di difesa anche l’esercizio della guerra, sì, della guerra, avete letto bene), né il presidente della repubblica né uno straccio di ministro o sottosegretario o portaborse si sentirono in dovere di andare a darle il bentornato. Tipica cialtroneria italiana di ispirazione sinistrorsa, niente di nuovo sotto il sole.

Dopo Nāṣiriyya di presidenti con la mano appoggiata sul tricolore non ne abbiamo visti più. Ma almeno ci saremmo aspettati che qualche analista geopolitico non a libro paga dicesse chiaro e tondo che il rimpatrio delle missioni occidentali vale per il povero Afghanistan una condanna a morte. Di nuovo, una morte atroce.

Gli americani faranno la loro figuraccia in mondovisione, e non sarà neanche tutta colpa dell’amministrazione Biden, perché la pista che si concluderà tra poco sul tetto dell’ambasciata USA a Kabul è stata tracciata prima da Obama e poi da Trump. Troppo importante lisciare il pelo dell’agricoltore dello Iowa, che a fatica sa dov’é la capitale del suo stato, figurarsi dov’é Kabul. Troppo importante acconsentire ad un disengagement urlato a gran voce dai politically correct di west and east coast. Black lives matter, Lgbt matter, gli altri si fottano.

A questo giro si fotte l’Afghanistan, che si prepara alle sue urla del silenzio, ai suoi killing fields. E non è neanche tutta colpa degli americani, noi europei abbiamo confermato di essere i soliti infingardi, ci siamo andati in oriente a collo torto e muso lungo proprio perché dopo l’11 settembre 2001 non se ne poteva fare a meno, e siamo stati tra i primi a venire via. Il nostro presidente della repubblica non sa neanche se i nostri soldati sono ancora lì o sono rimpatriati. Gli altri, Merkel, Macron, non è che siano poi tanto migliori.

La via della seta per l’appunto passa da lì, dal Panjshir, da Herat, da Kandahar. Guai a rompere le scatole ai cinesi, meglio fare come si faceva con i cinesi del secolo scorso, i nazisti, e saltellare da una Conferenza di Monaco all’altra. I nuovi ebrei tra poco si chiameranno afghani, il nuovo olocausto sarà il loro. Soltanto i Mujaheddin non hanno mai deposto le armi, fedeli compagne della loro vita da quando Alessandro Magno inaugurò la serie delle invasioni straniere del loro paese. Loro hanno una speranza di sopravvivenza, la solita, tra le loro montagne. Gli altri, i lasciati a terra dalle missioni militari in fuga, non hanno scampo. Sono il prossimo piatto di portata della realpolitik.

Vorremmo leggere questo negli articoli di stamani, scritti invece da un giornalismo che ormai non ha più niente di dignitoso, di umano, di utile. Vorremmo poter ancora ridere di questa vignetta qua sotto che circolava anni fa, quando l’orrore talebano sembrava definitivamente debellato ed il passatempo occidentale era la caccia a Bin Laden come fosse il Pacman. Ma non c’é più niente da ridere. Proprio più niente. Il sangue che verrà versato a Kabul e in Afghanistan d’ora in poi ricade tutto sull’Occidente.

«In Afghanistan esistono tanti bambini, ma non esiste più l’infanzia» (Khaled Hosseini).

«Nessuna nazione ha mai unificato l’Afghanistan, nessuna. Gli imperi ci hanno provato e non ce l’hanno fatta» (Joe Biden).

«Sbaglia chi si consola con le immagini delle poche donne che a Kabul non portano più il burkah e a volto scoperto escono di casa, vanno di nuovo dal dottore, vanno di nuovo a scuola, vanno di nuovo dal parrucchiere. Sbaglia chi si accontenta di vedere i loro mariti che dopo la disfatta dei Talebani si levano la barba come, dopo la caduta di Mussolini, gli italiani si levano il distintivo fascista. Sbaglia perché la barba ricresce e il burkah si rimette. Negli ultimi vent’anni l’Afghanistan è stato un alternarsi di barbe rasate e ricresciute, di burkah tolti e rimessi» (Oriana Fallaci).

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Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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