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Euro 2020, gli Azzurri restano in piedi

Per una volta va avanti l’Italia che non si inginocchia. Che non ha paura e non cerca scorciatoie nelle difficoltà. Che ci crede sempre di più, ad ogni passo in avanti compiuto in questo Europeo di calcio itinerante che dalle mura amiche dell’Olimpico di Roma la porta all’Imperial Stadium di Wembley. Dove giocare, contro i padroni di casa o contro chiunque altro, è sempre un qualcosa di più, un confrontarsi con la leggenda di questo sport prima ancora che con la sua storia, sopportando suggestioni che possono fare di un ragazzo un uomo oppure rimandarlo indietro avendogli mostrato impietosamente i propri limiti.

I ragazzi di Mancini sono arrivati a questi Ottavi vincendo e divertendo, e nello stesso tempo mantenendo un profilo altissimo, sia come giocatori di pallone (nessuno se li aspettava brillanti fino a questo punto, al pari quasi delle migliori rappresentative Nazionali azzurre che abbiamo nella memoria) sia come cittadini di un paese fino a prova contraria civile e moderno, che non hanno bisogno di ipocrisie e gestualità da reality show per ribadire la loro appartenenza ad una cultura e ad una civiltà, appunto, che del razzismo fanno a meno da tempo immemorabile senza bisogno di piegare il ginocchio davanti a nessuna autorità, né politica né morale.

Gli Azzurri si inginocchiano soltanto quando segnano

Dall’altra parte del campo, in un crescendo sapientemente allestito da una regia quasi soprannaturale e fino a questo punto benevola nei confronti dei nostri ragazzi come possono esserlo un padre ed una madre che commisurano giuste ed inevitabili difficoltà esistenziali al loro stadio di crescita, l’Italia trova un’Austria altrettanto indisposta alle genuflessioni. All’Imperial Stadium stasera non si inginocchia nessuno, e si gioca a calcio a viso aperto. Chiunque andrà avanti sarà in ogni caso un cliente poco raccomandabile per chi gioca pensando di avere già vinto, con il beneplacito della UE pallonara e non.

Italiani ed austriaci hanno dei precedenti sostanziosi, in campo e fuori. Con il pallone tra i piedi si sono affrontate in varie circostanze: la semifinale del mondiale italiano del ’34 dove gli uomini agli ordini dell’alpino Vittorio Pozzo ripeterono la ancor fresca giornata di Vittorio Veneto eliminando il wunderteam austriaco di Sindelar & C. che sembrava all’epoca imbattibile come tutto ciò che era – calcisticamente parlando – danubiano; nel 1978 in Argentina Pablito Rossi & C. si disputarono contro i bianchi di Krankl il diritto a giocarsi con l’Olanda lo spareggio per affrontare l’Argentina in finale (andò bene con l’Austria, male con l’Olanda e gli argentini ancora ringraziano); nel 1990 l’esordio nella prima delle Notti Magiche sembrò complicato anziché no da un’Austria che sembrava ritornata in formato battaglia dell’Isonzo, almeno fintanto che Vicini non buttò dentro Totò Schillaci che come un fante della Grande Guerra buttò a sua volta il cuore oltre l’ostacolo e la palla finalmente in rete.

Federico Chiesa, mettere in ginocchio Wembley…

Ma i conti tra austriaci ed italiani, che non si amano e solo di recente hanno imparato a rispettarsi, risalgono a prima del calcio. E per tutto un tempo sembra che vogliano nuovamente regolarli stando in trincea, come ai tempi di Francesco Giuseppe e dell’ultima delle nostre guerre di indipendenza. Anche se, stavolta, le sortite migliori non le fanno i Fallschirmjäger di Franco Foda ma gli Arditi di Mancini. Il primo tempo ai punti è nostro, soprattutto grazie a quel tiro di Immobile che scheggia l’’incrocio dei pali da lontano.

Nella ripresa, l’Austria capisce che deve rispondere colpo su colpo altrimenti finisce come nel 1918, e Mancini capisce che deve fare turnover a questo punto anche a partita in corso, sfruttando tutto quello che ha. Il ritorno di Verratti, l’insistenza su Chiesa e la conferma di Pessina sembrano quelle tipiche mosse che alla fine ricorderai come geniali, grazie al risultato che è girato bene. Ma prima c’è da trattenere fiato, battito cardiaco e ogni altra funzione vitale mentre l’arbitro inglese Taylor (ottimo arbitraggio) interroga il Var come la Sibilla Cumana per sapere se il gol di Kalajdzic a metà ripresa è in fuorigioco o meno. L’offside c’è, per quanto di ginocchio, e la preponderante rappresentanza italiana sugli spalti può riprendere a respirare, mentre l’Austria è costretta a rimandare l’appuntamento con la prima vittoria contro di noi.

Matteo Pessina, un’altra corsa verso la gioia

Stasera il cielo di Wembley è tinto d’azzurro. Ci siamo sempre tolti poche soddisfazioni da queste parti, dopo Highbury. Ma stasera lo faremo, e grazie al più inglese dei giocatori italiani. Federico Chiesa diventa top player al 95′, quinto minuto supplementare, allorché aggancia in maniera spettacolare il grande assist di Spinazzola e dopo una sterzata secca sul posto fulmina con un tiro ad effetto da stropicciarsi gli occhi l’estremo difensore austriaco Bachmann. Siamo convinti assertori della prudenza nei giudizi, ma questo gol ci spinge a rievocare nomi altisonanti del passato azzurro, come Domenghini, Causio e Bruno Conti.

Di più, Fede stasera diventa Chiesa, punto e basta, e soprattutto si consacra uomo di gran carattere oltre che tecnica. Ha stretto i denti in silenzio quando sembrava che per lui la maglia azzurra si allontanasse ed il suo futuro ai massimi livelli del calcio si complicasse. Questo gol proietta l’Italia ai Quarti e lui verso l’avvenire che si è meritato.

Vialli e Mancini, un urlo che trattengono da trent’anni

Analogo avvenire si merita Matteo Pessina, dall’Atalanta con Furore. Segnare un gran gol contro il Galles toccando di precisione tra una selva di gambe come un giocatore di biliardo è tanta roba. Rifarlo nel match successivo contro l’Austria, avvicinando i Quarti alla sua squadra in modo ancor più definitivo, è roba da storia del calcio. Quella storia a cui appartengono quei due ex ragazzi ritornati terribili che si abbracciano in tribuna al 2-0: Vialli e Mancini hanno conti in sospeso con la Nazionale, nel loro abbraccio c’è anche la gioia di sentirsi sul punto di poterli saldare.

Kalajdzic si riprende a cinque minuti dalla fine il gol che gli era stato annullato nella ripresa, e regala alla platea azzurra di Wembley e delle notti magiche italiane un finale tanto per cambiare di sofferenza. Ma Donnarumma si deve guadagnare lo stipendio una volta sola, poi è fischio finale di Taylor e gioia italiana. Come non succedeva da tempo, dentro e fuori il campo di gioco.

Adesso, sempre in piedi e a schiena dritta, gli azzurri si trasferiscono all’Allianz Arena di Monaco di Baviera, altro stadio che ti esalta o ti schiaccia a seconda che tu sia pronto o meno caratterialmente. A Monaco sarà l’Italia a giocare in casa, grazie ai suoi emigrati. Ma il gioco, già duro, si farà durissimo. Dall’altra parte del campo ci sarà una delle squadre politicamente corrette, benvolute dall’Unione Europea perché si inginocchiano ad ogni pié sospinto e perché hanno la giusta dose etnica in formazione. Ci toccherà la vincente tra il Belgio di Lukaku ed il Portogallo di Cristiano Ronaldo.

Preoccupati? Manco per niente. Al di là dei discorsi in libertà, crediamo che lo siano molto di più loro, a questo punto.

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Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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