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Gino Bartali, giusto tra gli italiani

«Il bene si fa, ma non si dice». Semplice, lapalissiano. Con queste parole da figlio del popolo Gino Bartali aveva spiegato perché non si era mai saputo nulla della sua attività a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. L’ultimo capitolo della sua leggenda umana e sportiva, consacrato da una medaglia d’oro al valor civile conferita postuma dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ma soprattutto dall’inserimento del suo nome tra i Giusti tra le Nazioni nello Yad Vashem, il memoriale ebraico che tramanda a futura memoria il nome appunto di chi mise in gioco la vita per salvare quella di altri quando tutto sembrava perduto.

Chi salva una vita salva il mondo intero, recita il Talmud. Di tutti i campioni dello sport italiano che hanno guadagnato un posto nella storia, Gino Bartali – nato il 18 luglio di un 1914 in cui il mondo stava per precipitare in una catastrofe senza precedenti – è stato il più grande. Perché la sua storia si è intrecciata a quella d’Italia (e del mondo) nei suoi momenti più drammatici. Quegli occhi allegri da italiano in gita cantati magistralmente da Paolo Conte sono forse la cosa più preziosa prodotta dalla nostra razza nel ventesimo secolo.

Fu il figlio Andrea a raccontare dopo la scomparsa del padre, avvenuta poco dopo il volger del nuovo millennio, che la sua più grande impresa non era stata quella di fare incazzare i francesi – sempre per dirla con Paolo Conte – una prima volta nel 1938, lo stesso anno in cui la Nazionale di Vittorio Pozzo espugnò Colombes diventando bicampeon del mondo di calcio, e poi una seconda nel 1948 quando contava ancora di più. Perché l’Italia uscita sconfitta e distrutta dalla guerra fascista era sull’orlo di una nuova guerra, questa volta civile.

La foto sportiva più famosa della storia del ciclismo

Gli spari dell’anarchico Pallante a Palmiro Togliatti non produssero all’Italia un destino analogo a quello della Grecia per diversi motivi, dei quali non secondario fu l’annuncio del trionfo di Gino Bartali sugli Champs ElyséesGinettaccio, come lo chiamavano i suoi tra Ponte a Ema dove era nato e Firenze rese l’ultimo servizio al suo paese impedendo che succedesse chissà cosa.

Era nato a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra. La Seconda gli portò via gli anni migliori della carriera. Lui trovò il modo di impegnare quegli anni maledetti entrando nella leggenda non dello sport ma dell’umanità contribuendo a salvare circa 800 ebrei dalla Gestapo. Trasportava nei tubolari della bicicletta i documenti falsi che dovevano servire all’espatrio dei perseguitati grazie alla rete gestita dal Cardinale Dalla Costa e dal Rabbino Cassuto. Ai fascisti repubblichini diceva che si allenava in vista dei prossimi impegni sportivi. Alla Banda Carità, la squadraccia di torturatori che rivaleggiò a Firenze con quella di Via Tasso a Roma nelle atrocità nazifasciste dell’inverno 1943-44, dio solo sa cosa disse.

Era tutto sbagliato, tutto da rifare. Ginettaccio ce la fece, e vide il dopoguerra insieme agli israeliti che aveva salvato e agli italiani che lo applaudirono nel luglio 1948, in occasione della prima grande vittoria della nostra Repubblica nata dalla Resistenza. E che poi si chiesero per decenni chi fosse stato tra lui e Fausto Coppi a passare la borraccia all’altro durante il Tour del 1952. La storica foto racchiude due campioni da leggenda in uno scatto immortale. La logica vuole che il vecchio Bartali aiutasse il giovane Coppi a vincere il suo Tour, alla faccia dei francesi che continuavano ad incazzarsi senza darsi pace. Quando si correva Oltralpe, non era Coppi contro Bartali, era Italia-Francia, e allora tutto torna.

Ma tutto sommato, che importanza ha? Gino Bartali era un fuoriclasse che trovava naturale passare la borraccia ad un altro fuoriclasse italiano in terra nemica. Così come aveva trovato naturale portare nei tubolari della bici dei documenti che potevano costargli una morte atroce. Perché il bene si fa, ma non si dice. Gino Bartali, orgoglio italiano, giusto tra le nazioni.

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Mr. Bloogger

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