Cinema

Gli occhi di Hollywood

La vecchia foto ingiallita di Butch Cassidy e Sundance Kid sembra quella, più colorata e più recente, di Michael Jordan e Kobe Bryant insieme. Il vecchio (si fa per dire) e il giovane, uno accanto all’altro. Leggende che convivono perfettamente a loro agio, anche se ognuno dei due potrebbe aspirare a sentirsi chiamare il numero uno. Leggende che si guardano negli occhi e si riconoscono, anche se tra i due passa qualche anno di differenza e sono figli di epoche completamente diverse.

Paul Newman (Shaker Heights, 26 gennaio 1925 – Westport, 26 settembre 2008) e Robert Redford, numeri uno, divi assoluti e immensi, loro malgrado. Che non vedevano l’ora di ridiventare persone normali, non appena le luci del set si spegnevano. Che hanno sopportato Hollywood ed i suoi eccessi facendo buon viso a cattivo gioco. Uno restituendole lo schiaffo dell’unico Oscar assegnatogli quasi a titolo di riparazione dopo decenni in cui era stato ignorato, non andando a ritirarlo sdegnosamente. L’altro fondando il più famoso festival del cinema indipendente del mondo, e dimostrando che di Hollywood si può fare tranquillamente a meno.

Paul Newman e Robert Redford

Sarebbe esistito Robert senza Paul? E’ uno di quei giochetti con cui si dilettano gli appassionati delle classifiche assolute, che attraversano il tempo lasciando quello che trovano. Chi è stato il migliore? Il più grande? Ogni generazione, come detto, ha il suo. Per quella dei ragazzi americani che dopo Pearl Harbor si riversarono nei centri di arruolamento per vendicare il giorno dell’infamia, Paul Newman sarebbe diventato la Leggenda con la L maiuscola. La Leggenda del Cinema.

Era figlio di immigrati ebrei. Suo nonno era arrivato negli Stati uniti dalla Germania, sua nonna dalla Slovacchia. Negli States avevano scelto un cognome anglosassone, che nello stesso tempo esprimeva tutto il loro sentimento per quella nuova vita conquistata a caro prezzo nel nuovo mondo: Newman, il cognome che una volta si metteva agli schiavi neri affrancati.

Paul Newman

A diciott’anni appena compiuti, il ragazzo Newman avrebbe combattuto volentieri la seconda guerra mondiale nella U.S. Navy come pilota. Ma quegli occhi di ghiaccio che avrebbero magnetizzato generazioni di spettatori avevano un difetto. Paul era daltonico, e avrebbe dovuto accontentarsi di salire sulle fortezze volanti soltanto come mitragliere. In una di queste missioni, il 6 agosto 1945, volando al largo delle coste giapponesi, aveva visto assieme ai suoi compagni un bagliore intenso provenire in lontananza dal quadrante di Hiroshima. Di quel ricordo parlava malvolentieri, raramente.

Dopo la guerra, sembrava che il suo destino fosse quello di seguire l’azienda commerciale paterna e di mettere su una normale famiglia americana. Ma il negozio di articoli sportivi di papà non sopravvisse alla prematura scomparsa di costui, e poco di più resse il matrimonio con Jacqueline E. Witte, malgrado tre figli.

Just married, 1962

Nei primi anni cinquanta fece i due incontri che avrebbero segnato la sua e le nostre vite. Il primo fu quello con l’Actor’s Studio, dove si scoprì portato per la recitazione al punto che poco dopo fu il mondo a rendersene conto. Nei panni del pugile Rocky Graziano nel 1956 recitò in Lassù qualcuno mi ama. Da quel momento divenne Paul Newman, e solo il comitato degli Oscar avrebbe tardato ad accorgersene.

Il secondo incontro fu quello con Joanne Woodward, sul set di La lunga estate calda. La chimica tra i due fu irresistibile, la Witte concesse a Paul il divorzio e nel 1958 Newman e Woodward si sposarono, cominciando una storia che avrebbe fatto della loro coppia una leggenda altrettanto affascinante. In mezzo a tante star femminili dal sex appeal travolgente, Joanne Woodward rischiava di passare per una bellezza ordinary, anche se dalla recitazione splendida. L’uomo che tutte le donne del pianeta desideravano sarebbe rimasto fedele alla sua compagna per ben cinquant’anni, fino alla sua morte, generando con lei altri tre figli. Una grande donna accanto ad un grande uomo, il celebre aforisma sembrava creato apposta per loro due.

Paul Newman

Joanne avrebbe avuto l’Oscar nello stesso anno del loro matrimonio, con La donna dai tre volti. Paul avrebbe dovuto aspettare altri trent’anni, sdegnato da Hollywood ma mai geloso della moglie, a fianco alla quale avrebbe recitato in Missili in giardino, La lunga estate calda, appunto, e in una serie di film che avrebbero alimentato il proprio mito: Dalla terrazza (1960), Indianapolis, pista infernale (1969),  Detective Harper: acqua alla gola (1975), Mr. & Mrs. Bridge (1990).

Gli altri suoi titoli intanto facevano uno dopo l’altro la storia del cinema: La gatta sul tetto che scotta (1958), Exodus (1960), Lo spaccone (1961), Hud il selvaggio (1963), Intrigo a Stoccolma (1963), Il sipario strappato (1966), Nick mano fredda (1967), Butch Cassidy(1969), La stangata (1973), L’inferno di cristallo (1974), Quintet (1979), per dire solo i principali. Dopo l’incontro con Redford, nel 1974 quello con Steve McQueen, a rubarsi la scena a vicenda tra le fiamme dell’inferno di cristallo. Con Steve, Paul aveva in comune qualcosa che con il cinema c’entrava poco, se non per il fatto di regalare emozioni ancora più intense.

La Porsche 935 pilotata da Newman, Stommelen e Barbour alla 24 Ore di Le Mans del 1979

Paul aveva preso in mano il volante sul set di Indianapolis, nel 1969, e aveva scoperto che gli piaceva molto. Al punto da correre davvero sulla pista più leggendaria d’America. Dopo la 500 Miglia, la 24 ore di Le Mans, a cui si classificò secondo nel 1979. La 24 Ore di Daytona per lui sarebbe diventata un appuntamento fisso, l’ultima volta corse nel 2005, a 80 anni quasi compiuti. Quando Mario Andretti dopo la vittoria del titolo mondiale di Formula Uno del 1978 decise di tornare sulle piste di casa, trovò ad attenderlo  una nuova scuderia, la Newman – Haas di proprietà dell’attore, per metterlo sotto contratto e inanellare una lunga serie di vittorie nel campionato Can-Am, la Formula Uno americana.

L’uomo tranquillo che si trasformava in una leggenda quando si metteva alla guida o davanti alla macchina da presa era anche un benefattore, non si contano le attività di ricerca e di beneficenza da lui sovvenzionate in tutto il mondo. Singolare fu la promozione di un premio annuale di 20.000 dollari riservato al cittadino statunitense che avesse più coraggiosamente difeso il primo emendamento della costituzione, relativo alla libertà di espressione, di culto e di stampa. Il vecchio nipote di immigrati ebrei dall’est europeo non aveva dimenticato da dove veniva la sua famiglia.

Paul Newman

Attivista del partito democratico, anche se mai legato alle elites dominanti di quest’ultimo, si meritò l’inserimento da parte di Richard Nixon nella lista nera dei nemici del presidente. Dopo l’Oscar alla carriera del 1986 e quello vissuto come un tardivo tentativo di ammenda nel 1987 per Il colore dei soldi (sequel di quello Spaccone che tanto tempo prima Hollywood e la fabbrica delle statuette avevano praticamente ignorato), sembrava che Newman avesse dato tutto al cinema ed alla vita.

E invece negli anni novanta si regalò un crepuscolo costellato da ruoli spesso da cattivo niente male, da Mister Hula Hoop dei fratelli Coen fino all’ultima sua apparizione in  Era mio padre di Sam Mendes. Si stentava a detestare i suoi personaggi bad guy, dopo una vita trascorsa a fare il tifo per il detective Harper, lo spaccone Eddie Felson, John Russell l’indiano bianco di Hombre. Ma a ben vedere, con il gangster John Rooney il cerchio recitativo di Paul Newman era completo. Era tempo di lasciare il testimone ad altri, a Redford che come aveva già fatto lui stava raggiungendo una splendida maturità, e ad altri giovani leoni come quel Tom Hanks che l’aveva affiancato sull’ultimo set.

Nel maggio 2007 Paul Newman annunciò che si fermava, a 82 anni era tempo di godersi la pensione, la famiglia, i ricordi, la leggenda. Non ebbe tempo per godersi nulla. Poco più di un anno dopo la famiglia dette il triste annuncio della sua scomparsa, dopo il rapido decorso di un tumore ai polmoni. Le sue ceneri sono rimaste a Joanne, che il 27 febbraio prossimo compirà 91 anni, 50 dei quali trascorsi accanto a Paul.

A noi resta di lui una cineteca, tanti ruoli, tante espressioni diverse ma accomunate sempre da un unico particolare predominante: quegli occhi che rubavano la scena a tutto il resto. Gli occhi attraverso cui siamo stati spettatori del cinema per 50 anni.

 

Autore

Mr. Bloogger

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