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Muhammad Alì, il più grande

Il suo cuore si fermò per sempre la notte tra il 3 ed il 4 giugno 2016, dopo una battaglia durata trent’anni. L’ultimo match della nostra vita siamo destinati a perderlo tutti, campioni o non campioni. L’importante, almeno in questo caso, non è il risultato – scontato –, ma come si è combattuto.

Cassius Marcellus Clay (nato il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky) ribattezzato Muhammad Alì ha combattuto per tutta la sua di vite, contro tutto e contro tutti, con un solo alleato: la sua razza, alla quale sentiva di dover devolvere tutti i doni che gli erano stati offerti dalla sorte.

Il razzismo, così come i più forti campioni della boxe, alla fine avevano dovuto tutti chinare la testa davanti a lui, peso massimo atipico che volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Cittadino americano atipico, capace di dichiarare pubblicamente in piena guerra del Vietnam che non aveva nulla contro i vietcong, nessuno di loro lo aveva mai chiamato negro. I bianchi del suo paese invece sì.

New York, 13 marzo 1963. Match contro Doug Jones.

La mia generazione l’ha idolatrato più che amato. Non era un personaggio facile, Muhammad Alì. Non si rendeva simpatico alla gente. Ma lui non voleva essere simpatico. Lui voleva essere il più grande. E lo era, esempio più unico che raro di fuoriclasse sportivo che era riuscito a farsi rispettare ancora di più come uomo, per le sue prese di posizione e per il coraggio con cui le aveva difese.

L’ultimo avversario della sua vita era di quelli che, almeno per ora, non possono essere sconfitti da essere umano. Nemmeno dal più grande. Il morbo di Parkinson è uno dei mali del secolo. Affligge tante persone, per cause ancora ignote. Per quanto leggera a volare, anche una farfalla si prende pugni in testa. Alì ne aveva presi, e avevano aperto la strada al morbo.

Autore

Mr. Bloogger

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