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Italbasket da leggenda

Simone Fontecchio, Riccardo Moraschini, Awudu Abass, Giampaolo Ricci detto Pippo, Amedeo Tessitori, Alessandro Pajola, Michele Vitali, Stefano Tonut, Marco Spissu, Achille Polonara, Niccolò Melli, Nico Mannion.

Impariamocelo a memoria il roster dell’Italia del basket, che il 4 luglio 2021 porta a termine finalmente la sua guerra di indipendenza dalla Serbia e conquista a spese di costei la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo. Impariamocelo bene, perché se questi ragazzi sapranno mantenere ciò che hanno promesso fin qui rischiano di passare alla storia come un’altra golden generation dell’Italbasket, dopo quella che culminò nell’argento di Mosca e nell’oro di Nantes e l’altra che conquistò l’argento olimpico ad Atene dopo  averci vinto anche il nostro secondo oro europeo.

Da allora, soddisfazioni ce n’eravamo tolte poche, restando fuori da giochi olimpici e campionati mondiali per qualcosa come diciassette anni. Avevamo visto scorrere inutilmente gli anni d’oro – o presunti tali – dei nostri alfieri nell’NBA (a proposito, a questo punto i signori Belinelli e Datome possono godersi l’estate con tutto comodo, di loro in azzurro grazie a Dio non c’è più bisogno, mentre Gallinari, impegnato nelle final series oltre oceano, si è messo a disposizione del coach, che avrà il suo bel da fare comunque a trovargli un posto). In azzurro, mai una gioia, mentre un po’ tutto il nostro movimento sportivo cestistico scivolava inesorabilmente all’indietro, surclassato da paesi che avevano meno tradizione di noi ma più soldi e soprattutto più lungimiranza nella politica sportiva.

Come a volte succede, non spesso ma succede, quando la sorte decide di ripagarti lo fa tutto insieme, senza badare a spese. Avevamo un conto con la Serbia lungo come tutto il dopoguerra. Come Jugoslavia prima e come Serbia poi ci aveva quasi sempre bastonati, e spesso e volentieri anche umiliati, costringendoci sul divano di casa ad assistere alle imprese altrui.

Grazie al peso politico in FIBA della cui entità ci siamo accorti anche ieri sera assistendo ad un arbitraggio che ha lasciato più di una perplessità, le era stato fatto un’altra volta graziosamente dono dell’organizzazione a domicilio del preolimpico da cui doveva uscire una delle ultime squadre a staccare il biglietto per Tokyo. Un appuntamento cervellotico, se si pensa che nei due preolimpici europei dovevano scannarsi tra sé i migliori blasoni cestistici a vantaggio di un terzo, quarto e quinto mondo assurdamente premiato dalla solita Federazione internazionale interessata ad incentivare i soliti nuovi mercati.

A maggior ragione la Serbia non poteva mancare l’ennesimo appuntamento con la gloriosa storia della sua scuola, e non c’era pronostico o estro di scommettitore che non accreditasse lei della qualificazione, piuttosto che la solita Italia individuata come vittima sacrificale.

Ma dall’altra parte del campo ha trovato una squadra azzurra che la mano di Meo Sacchetti ha saputo rifondare con la stessa pazienza e testardaggine dimostrata dal suo omologo Roberto Mancini con la Nazionale del calcio, e non è un caso che i risultati stiano arrivando insieme per entrambe. Il suo roster schierava ragazzi per lo più di età talmente giovane da non conoscere forse altro che la propria incoscienza ed il proprio talento.

La lunga storia delle sconfitte in terra jugoslava e serba loro forse neanche la conoscono, e va bene così. Di timore reverenziale sul parquet dell’Asa Nikolic Arena di Belgrado non ce n’è stato neanche un po’, in compenso c’è stata un’Italia da lustrarsi gli occhi. Questa è una partita che ci riguarderemo a lungo, una di quelle che non fanno solo risultato ma anche storia. E’ battere l’Inghilterra calcistica a Wembley ed il Brasile al Maracana, per dare l’idea. E’ tutto, in questo sport della palla a spicchi, eppure la vittoria che resterà negli annali pare essere stata ottenuta dai ragazzi azzurri con una apparente e tale facilità che spiazza commentatori ed addetti ai lavori.

Stamattina il dibattito verte sulla imprevedibile debolezza della Serbia, piuttosto che sull’imprevista forza dell’Italia. Secondo alcuni la scarsa serata degli slavi, a cominciare da quella di un Milos Teodosic a cui ieri sera i 34 anni hanno cominciato a pesare in modo inatteso (i miracoli li aveva fatti tutti con la Virtus contro l’Olimpia nella final series del nostro campionato), ci avrebbe favoriti.

Ci permettiamo di sostenere l’esatto contrario. Dopo aver dato l’idea di mettere sotto agevolmente un Portorico ed una Repubblica Dominicana più deboli di quanto in realtà le  compagini caraibiche siano, in questa finale con la Serbia siamo stati ancora noi a far sembrare loro vecchi, stanchi, bolliti. E presuntuosamente impreparati ad affrontare sul loro campo un avversario vero, che stavolta di fare da sparring partner proprio non voleva saperne.

Con il roster ridotto di fatto dalle scarse condizioni di forma di Spissu ed Abbas, Sacchetti non si è fatto mancare nulla nelle sue rotazioni, riuscendo a tenere in campo per 38 minuti su 40 sempre gli uomini nel momento di forma migliore. Facile con un Fontecchio che ormai non sbaglia canestro da due o da tre neanche se glielo spostano, o con quel Nico Mannion, NBA, che dei due passaporti ha scelto grazie a Dio quello italiano e che ha destato la migliore e più travolgente impressione guadagnandosi la gloria che in altri tempi era stata di Carlton Meyers e di Gianmarco Pozzecco: genio, ma stavolta con pochissima o nessuna sregolatezza.

Facile anche con un Polonara ritornato quello della finale scudetto di Sassari due anni fa contro Venezia. O con un Pajola rimasto quello della finale scudetto di quest’anno, e che da ieri sera può fregiarsi anche del titolo di colui che ha praticamente annullato il suo mentore Teodosic. Bravi tutti, da Vitali roccia in difesa, a Tonut Stefano che sta riuscendo ad eclissare Tonut Alberto, suo papà, e scusate se è poco. Da Niccolò Melli, una vita per l’azzurro, a Moraschini, Tessitori, Pippo Ricci, l’Italia chiama e i soldatini rispondono sempre presente. Trovaglielo un posto a Gallinari a scapito di uno di questi, con buona pace di tutta l’NBA.

Trovaglielo, già che ci sei, un limite a questi ragazzi che addosso non se ne sentono proprio. Dopo aver schiantato questa Serbia in questo modo, il girone eliminatorio di Tokyo sembra potersi considerare quasi una formalità, contro Germania, Australia e Nigeria. Un’errore che i ragazzi non commetteranno, se appena appena la condizione reggerà loro.

Il punteggio finale di Belgrado va anche stretto a questi ragazzi, che sono sempre stati avanti, dal primo quarto in cui con nonchalance si sono presi il vantaggio, al secondo in cui hanno fatto spallucce all’unica rimonta serba riportandosi avanti a suon di bombe da tre e di micidiali contropiedi impostati da quell’ira di Dio di Mannion, al terzo in cui si sono presi un vantaggio di + 24 che sa di beffardo ulteriore oltraggio a questa Serbia che era abituata a darceli a noi i venti punti di distacco, al quarto in cui i serbi hanno realizzato finalmente cosa stava loro succedendo, hanno cominciato a menare, con la compiacenza della pessima terna arbitrale franco-lettone-brasiliana. Mentre l’Italia continuava a segnare da tre, rigettandoli indietro.

L’ultima azione, gli ultimi venti secondi in cui la Serbia ha rinunciato anche al fallo tattico per riprendere il possesso palla dopo i liberi italiani, Mannion che come Pozzecco 17 anni fa palleggia per il campo sfidando avversari che non ci sono più, sono già in fila verso gli spogliatoi, commenta da sola tutta la partita. La scuola serba rimane, ma la nostra sta rinascendo e non si inginocchierà più, non con questi ragazzi in campo, almeno.

Una menzione speciale per Sacchetti, che a Mosca ed a Nantes c’era e che aspettava da allenatore questo momento al pari del più sfegatato dei tifosi: bravo non soltanto per averci creduto e per aver fatto crederci così anche i suoi ragazzi. Ma bravo anche per quel vai a remengo urlato in faccia al collega serbo Igor Kokoškov, che platealmente rifiuta di dargli la mano alla fine.

La scuola slava evidentemente mantiene le sue caratteristiche storiche: grande tecnica, grande attitudine mentale (a parte ieri sera), ma anche grande presunzione e maleducazione, in tutti i sensi. Ai serbi, da sempre, perdere contro gli italiani rode. Se ne faranno una ragione, preparando la postazione sul divano da cui guarderanno le prossime Olimpiadi. A Tokyo ci va l’Italia. La Serbia prosegue verso remengo.

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Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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