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La partita del secolo

Eravamo la faccia triste del calcio, in quella primavera del 1970 in cui il mondo si apprestava a radunarsi di nuovo per eleggere il suo campione dello sport più seguito. Un paese che non si riprendeva ancora dalle batoste subite a causa del suo mal, e che a scadenze periodiche si ritrovava a piangere se stesso, e non solo nello sport.

Il Mundial 1970 si risolse in una serie di scontri epici tra giganti. I tedeschi ebbero la loro rivincita (altrettanto rocambolesca) sugli inglesi. L’Italia aveva incontrato l’Uruguay nel girone di qualificazione, ma nessuna delle due aveva scoperto le carte. Fu uno dei soliti gironi eliminatori all’italiana, passati ai quarti per uno striminzito gol segnato in più rispetto agli avversari, dopo prestazioni mediocri contro Israele, Svezia e, appunto, la celeste di Montevideo.

Nei quarti l’Italia affrontò i padroni di casa, dimostrandosi inizialmente disposta all’ennesima figuraccia. Il Messico andò in vantaggio per primo, poi qualcosa dentro gli azzurri si sbloccò. Il tuono di Giggirriva cominciò a rombare. Alla fine fu 4-1, con i tifosi locali che ci applaudirono, perché finalmente gli Azzurri avevano giocato bene e vinto meritatamente. Dall’altra parte del tabellone, il Brasile eliminò il Perù e l’Uruguay la coriacea Unione Sovietica.

La Nazionale Italiana 1970

Le semifinali quindi proponevano due scontri epocali. I verdeoro avevano da vendicare la beffa di vent’anni prima al Maracaña, dall’altro lato c’era Italia-Germania. Era un inedito, e nessuno poteva allora immaginare che sarebbe diventata una felice tradizione del nostro calcio. Era una partita che assumeva fatalmente significati ben più importanti di quelli sportivi (l’Italia ritornava in una semifinale mondiale dopo qualcosa come 32 anni, con la possibilità di giocarsi la vittoria definitiva della Rimet al pari di Uruguay e Brasile). No, c’era in ballo molto di più.

Dare un senso ad un movimento sportivo che aveva attraversato una lunga crisi, per esempio, estendendo l’euforia ed il miracolo del boom economico anche ai campi da gioco (anche se i nostri club avevano da temporicominciato a vincere in Europa e nel mondo). Rialzare la testa come paese, oltre che come selezione nazionale.

Ma soprattutto c’erano loro, dall’altra parte della barricata. Loro, la cui lingua stessa, con la sua sonorità aspra e militaresca, evocava immagini che disturbavano,di orrori senza fine. Da quelli sopportati durante il Risorgimento a quelli della Grande Guerra, fino a quelli soprattutto di quel terribile biennio 1943-45 durante il quale la razza germanica aveva dato il peggio di sé lasciandosi dietro in tutto il nostro paese una scia di sangue e di morte.

La Nazionale Tedesca 1970

«E’ concettualmente impossibile avere simpatia per la Germania». Era un sentimento condiviso da tutta la popolazione italiana di allora, almeno quella che aveva l’età sufficiente per ricordare i nostri avversari di quel 17 giugno 1970 non vestiti della divisa bianca della Bundesrepulik von Deutschland ma di quella verde scuro della Wehrmacht o nera delle SS.

Battere i tedeschi avrebbe significato liberarsi di un terrore, di un magone, di una angoscia che risalivano molto indietro, e che non avevano mai sollevato del tutto il loro peso dai nostri petti. La finale del Mundialveniva dopo, adesso c’erano da vendicare Custoza, Caporetto, Sant’Anna di Stazzema e quant’altro. La Germania Ovest aveva già avuto la sua rivincita. Adesso toccava a noi.

La partita del secolo cominciò sotto le nuvole del Messico tra due squadre consapevoli di tutto ciò che c’era in ballo. E sembrò subito mettersi bene per i colori azzurri. All’8′ Boninsegna, l’altro poderoso terminale offensivo a fianco di Gigi Riva, segnò il gol del nostro vantaggio, e da quel momento l’angoscia passò nei petti dei tedeschi, che trovarono un muro nei nostri giocatori più resistente di quello di Berlino. Fino al 93°, allorché su una palla giudicata ormai ininfluente si avventò il tedesco d’Italia Schnellinger che mise a segno al volo il più clamoroso dei pareggi.

Ferruccio Valcareggi con la più celebre delle staffette azzurre

Le streghe e gli spettri di ogni tipo tornarono a visitare subito i ragazzi di Valcareggi, promettendo un nuovo 8 settembre come quelli dei Mundialesprecedenti. La Germania andò addirittura in vantaggio con una autorete sfortunata di Poletti, e sarebbe stata buonanotte Italia se Burgnich non avesse rimesso subito le cose a posto. Poi toccò ai due Rombi di Tuono. Quello italiano alla fine del primo tempo supplementare, con una sterzata delle sue. Quello tedesco al 110° con una zampata delle sue. Riva-Muller 1-1, Italia-Germania 3-3. Albertosi, il nostro portiere, inferocito, avendo piazzato Rivera sul palo lontano e avendo assistito alla goffa e disastrosa scansata di quest’ultimo.

Narra la leggenda che l’abatino (come lo chiamava il mitico Gianni Brera) per sfuggire al suo compagno che minacciava di strozzarlo fuggì in avanti, ma non avendo più fiato rimase indietro rispetto ai compagni che si erano ributtati all’attacco con rabbia, per riagguantare vantaggio e finale. Quello che successe nel minuto seguente è documentato in fotogrammi che sono impressi indelebilmente negli occhi di più di una generazione. Domenghini, che fugge sulla destra seminando i difensori tedeschi con i suoi polmoni d’acciaio, rimette la palla al centro leggermente arretrata. In quel mentre arriva del suo passo proprio lui, Gianni Rivera, che tocca in controtempo spiazzando imparabilmente Sepp Maier.

Ci avevamo sperato tutti, non ci aveva creduto forse nessuno, ma a restare in piedi al fischio finale dell’arbitro Arturo Yamasaki Maldonado (di chiare origini nippo-peruviane) era l’Italia.

4-3, azzurri in finale, apoteosi italiana dopo gli anni bui delle sconfitte, della difficile ricostruzione di una identità morale nazionale, gioia incontenibile dei nostri emigrati malgrado le cacce all’uomo tedesche, inizio della leggenda nera per i nostri odiatissimi avversari, che li vuole sempre sconfitti dagli Azzurri quando li incontrano in match che contano per qualche titolo (almeno fino agli sciagurati rigori europei del 2016). Fu il giorno dopo chei messicani decisero d’impulso di porre la targa sul muro dello stadio, estasiati per aver ospitato quella che tutti definirono la più bella partita di sempre.

La nostra finale l’avevamo vinta il giorno 17. Il giorno 21 c’era il Brasile, e il destino di una Coppa che andava definitivamente a chi l’avrebbe conquistata per la terza volta. La Rimetera alla fine della sua storia: o Azzurri o Carioca. L’appuntamento per l’Italia era storico, Ferruccio Valcareggi poteva raggiungere Vittorio Pozzo nel pantheon degli eroi sportivi nazionali. Ma i suoi ragazzi erano stanchi, forse psicologicamente scarichi, e di fronte avevano il Brasile forse più forte di sempre, qualcuno dice la squadra più forte di sempre.

Eppure gli azzurri combatterono fino alla fine. Pelé volò in cielo al 15°, ma Boninsegna lo riportò sullaterra al 37°. Nell’intervallo i brasiliani ritornarono negli spogliatoi divorati dalla paura. Sembravamo noi i favoriti a quel punto, da un destino ineluttabile. Ma a 24 minuti dallafine Gerson trovò un vantaggio funambolico, e la resistenza azzurra si spense lì.

La Rimet sarebbe andata a Rio. Ai nostri eroi, impietosamente, al rientro in patria toccarono i pomodori, come era successo al ritorno dall’Inghilterra o da edizioni precedenti. I tifosi avevano fatto la bocca ad un clamoroso terzo titolo mondiale. Dimenticando momentaneamente tutto quanto fatto fino a lì, a cominciare dall’impresa con i tedeschi e dall’essere arrivati ad un soffio dall’immortalità, dopo decenni di buio.

Ma poi le cose ripresero le giuste proporzioni, ed unatarga simile a quella dell’Aztecada quarant’anni adorna ciascuna delle nostre case. Mexico 70, Messico e nuvole, fu per l’Italia ben altro che la sconfitta in finale contro Pelé & C. Fu la rinascita di un paese, prima ancora che di una Nazionale. Fu soprattutto Italia-Germania 4-3. Per chi c’era, e anche per chi ne ha sentito parlare dopo da padri e nonni che non potevano dimenticare, ogni volta che gli occhi si chiudono…

… ecco gli italiani che battono la palla al centro, Domenghini che fugge sulla destra e rimette al centro… ed ecco che al limite dell’area arriva Rivera e…

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Mr. Bloogger

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