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L’Avvocato

In un’Italia che, pur divenuta repubblicana il 2 giugno 1946, per lungo tempo nel dopoguerra non aveva affatto risolto il suo rapporto con la monarchia, Gianni Agnelli era stato la cosa più simile ad un sovrano. Il culto degli italiani per le teste coronate, un po’ da rotocalco e un po’ figlio di una naturale predisposizione nazionale all’ammirazione per il potere e per coloro che lo esercitano, trovava riscontro in una piaggeria dei mass media oltre i limiti del consentito dalla decenza.

L’Avvocato, così ci si riferiva a lui alludendo ad un titolo di studio e ad una abilitazione professionale assolutamente irrilevanti per la sua storia personale e per i suoi interessi personali, è stato fino all’avvento di Silvio Berlusconi in assoluto il più prestigioso e potente imprenditore italiano nel mondo. Rampollo di una dinastia che alla fine dell’Ottocento avrebbe potuto diventare qualsiasi cosa, imparentata con la nobiltà sabauda e con la nascente grande industria italiana, con il nonno Giovanni aveva legato il proprio destino a quest’ultima.

La Fabbrica Italiana Automobili di Torino era nata nel 1899. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale era già una delle factories più importanti del Regno, se non la più importante. Quella alla quale lo Stato Maggiore dell’Esercito poteva chiedere di alimentare senza sosta lo sforzo bellico a cui il futuro senatore Giovanni Agnelli aveva rapidamente e brillantemente riconvertito i propri impianti.

Con la moglie Marella Caracciolo

Quella, tra le maggiori esponenti di una Confindustria preoccupata dal Biennio Rosso e dal Bolscevismo che spirava dalla Russia, a cui guardava principalmente il Fascismo di Benito Mussolini per avere un sostegno determinante. E il senatore, che come tanti intellettuali e uomini politici o d’affari credeva che il Fascismo fosse una tigre di breve durata, di scarsa autonomia, da poter cavalcare nel momento del bisogno e poi ringabbiare agevolmente, glielo aveva concesso.

Il senatore Giovanni era venuto a mancare il 16 dicembre 1945, quando il paese in cui la FIAT (per quanto segnata dalla guerra) era ormai la fabbrica più importante e con un indotto sempre più esteso territorialmente ed economicamente, aveva ritrovato la propria libertà e aveva cominciato a sgombrare le macerie della guerra. A quell’epoca, il suo erede era un ragazzo di 24 anni, orfano di padre. Edoardo Agnelli aveva appartenuto al ramo scapestrato della famiglia, quello che si appassionava alla bella vita piuttosto che alla vita di fabbrica.

Appassionato di aviazione, era morto in un incidente aereo nel 1935, lasciando sette figli di cui Gianni, il futuro Avvocato, era il secondo. La madre, principessa Virginia Bourbon Dal Monte, sarebbe morta nel 1945 in un incidente d’auto, quando il giovane Gianni aveva già dato prova di sé come Ufficiale di Cavalleria. Aveva partecipato alla campagna di Russia e a quella d’Africa comportandosi con onore, anche se i buoni uffici del nonno gli avevano evitato di trovarsi nelle situazioni peggiori e nei momenti peggiori. Finì la Seconda Guerra Mondiale come ufficiale di collegamento del Corpo Italiano di Liberazione con le truppe alleate.

Gianni Agnelli

Nella nuova repubblica, Gianni Agnelli – il maschio primogenito, e in casa Agnelli come in casa Savoia si regnava uno alla volta e per successione maschile – era l’erede designato del più grande gruppo industriale del paese, per guidare il quale non aveva tuttavia nessuna esperienza. Ceduto il timone volontariamente al manager Vittorio Valletta (reintegrato dopo la normalizzazione e l’amnistia ai fascisti e a coloro che erano stati accusati di collaborare con essi), sembrò che il giovane Agnelli avesse inclinato verso questa soluzione più per disposizione a godersi la vita come il padre prematuramente scomparso che per senso di responsabilità verso la famiglia e l’azienda. Per i primi due decenni del dopoguerra, di Gianni Agnelli si parlò più nelle cronache del Jet Set internazionale che in quelle economiche.

Ma quando venne il suo momento, e nel 1966 l’ormai ottantenne Valletta gli restituì il favore designandolo come successore alla presidenza della FIAT, l’Avvocato dimostrò di averne i numeri. E di saper organizzare un gruppo industriale altrettanto bene di una campagna di Coppa America di Vela.

Dagli anni Settanta ai Duemila Gianni Agnelli è stato tante cose. Un monarca di fatto di una repubblica dove non si muoveva foglia che lui e pochi altri non volessero, un sovrano liberale consapevole del proprio ruolo e del proprio posto in società e tuttavia sempre pronto a mostrarsi graziosamente disponibile ad apparire in pubblico, un propugnatore di mode non sempre ineccepibili (quell’orologio sul polsino…) ma che nessuno osava contestare, uno sportivo il cui spirito ondeggiava tra lo spirito di Rudyard Kipling, di Enzo Ferrari, di John Fitzgerald Kennedy e di Dennis Conner, e quello di chi è consapevole che gli arbitri bene o male per lui hanno sempre un occhio di riguardo, e alla fine ciò non conta quanto avere in squadra un Boniperti, un Bettega o un Platini, ma di certo non guasta.

Ma soprattutto Gianni Agnelli, l’Avvocato, è stato un capitano d’industria, e con questa onorificenza e consapevolezza interiore – superiore a tante altre, e magari a tutto meno che alle tragedie e ai grandi dolori affrontati in vita come la perdita del figlio Edoardo e del nipote Giovanni – probabilmente si è addormentato l’ultima volta il 24 gennaio 2003.

Da sinistra: Luca Cordero di Montezemolo, Gianni Agnelli, il figlio Edoardo, di spalle Cesare Fiorio

Gianni Agnelli è stato quanto di più vicino ad un Henry Ford questo paese abbia avuto. Convinto come Ford che la potenza di un’industria e di un sistema economico si realizzano soltanto se gli esercenti della domanda, i consumatori, sono in grado di far fronte all’offerta, i beni prodotti. E che pertanto anche gli operai impiegati nella sua fabbrica dovessero avere condizioni economiche tali da potersi permettere i gioiellini che producevano in catena di montaggio: le 500, le 600, le 124, le 126 e 127 che partivano da Lingotto e Mirafiori dirette in tutto il mondo, per motorizzare un genere umano che fino a pochi anni prima aveva soltanto potuto sognare una vita a due e quattro ruote.

Non era un filantropo, ma piuttosto – in senso lato – un uomo di governo. Se ne andò nei giorni in cui la FIAT imboccava una crisi epocale, che molti imputano alla fine di certe protezioni governative che scaricavano le congiunture aziendali sugli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione. Ma sarebbe come dire che suo nonno aveva fondato una grande azienda grazie soltanto al favore del Fascismo.

Come la sua Juventus non vinceva gli scudetti soltanto grazie ai favori arbitrali, o la Ferrari trionfava nei campionati di Formula 1, o Azzurra in America’s Cup, la FIAT nel dopoguerra è stata molto di più che un sistema di potere. E’ stata un sistema di speranze realizzate, un sogno che si avverava per un paese vissuto fino ad allora al freddo, al buio e con poco da mangiare. E da sognare.

Gianni Agnelli è stato il più grande e l’ultimo degli industriali italiani degni di questo nome. Chissà cosa avrebbe da dire di quei suoi nipoti che adesso trasferiscono la sede legale a Londra e la produzione negli Stati Uniti. E hanno ridotto le sue leggendarie 500 e 600 in monovolume qualsiasi. 🅱️

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Mr. Bloogger

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