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L’Italia riprende il volley

Chissà se Roberto Mancini e Gianluca Vialli si immaginavano che cosa avrebbero scatenato mentre si abbracciavano sul prato di Wembley appena dopo aver conseguito il primo di una serie di clamorosi successi sportivi di questa incredibile estate italiana.

Venivamo da una lunga depressione che ormai ci stavamo abituando a considerare congenita ed incurabile. Dopo l’economia e la politica, anche lo sport aveva da tempo certificato con la mancanza di risultati a tutti i livelli la nostra retrocessione morale, civile, sociale. Dopo decenni di grandi imprese, ad un certo punto eravamo diventati incapaci di vincere, di combinare qualcosa di positivo.

Poi quell’abbraccio nel tempio del calcio, mentre una giovanissima generazione di calciatori scorrazzava su quell’erba sacra di casa altrui portando in giro un trofeo che ci sfuggiva da più di cinquant’anni, gli ultimi quindici dei quali trascorsi per la verità senza vittorie in assoluto.

Poteva finire lì, e sarebbe stata comunque tanta roba per un paese economicamente, civilmente, moralmente morto o moribondo come quello che aveva pagato al covid uno dei tributi più gravi. Da quella notte di Wembley per i colori sportivi italiani si è scatenato il…  paradiso. Abbiamo cominciato a vincere tutto, dovunque, comunque e con distacco.

Italvolley femminile

A Tokyo abbiamo fatto segnare il record del medagliere olimpico, vincendo nelle discipline più disparate, sia dove avevamo una tradizione da rinverdire, sia dove – come in certe discipline dell’atletica – dovevamo praticamente costruircene una. Missione compiuta, e poi bissata e addirittura migliorata dagli atleti paralimpici.

Spente le fiamme di Olimpia e Paralimpia, l’estate è proseguita con medaglie che cascano ai piedi degli azzurri come foglie d’autunno. Ciclismo, canottaggio, ancora atletica, il tennis, il motociclismo, siamo ritornati sui tetti del mondo, con prospettiva in molti casi di restarci.

Mancava solo un altro acuto di squadra, dopo che il basket aveva sbancato l’ex bestia nera Serbia nel preolimpico e si era fermato soltanto davanti ad un tiraccio della domenica dei francesi nei minuti conclusivi del quarto di finale a Tokyo.

Sembrava un paradosso, praticamente imbattibili negli sport individuali e nelle staffette, eravamo poi venuti un po’meno in quelli dove contano il gruppo e l’affiatamento. La pallavolo che un tempo era stata delizia per noi adesso era una croce, sia in versione maschile che femminile. Venuti a mancare gli acuti dei giocatori e delle giocatrici più accreditati dai pronostici, non avevamo saputo fare squadra, fermandoci al cospetto di formazioni meno quotate o comunque non più forti di noi.

Per la congestione di calendari creata dalla psico-pandemia covid, è successo che l’europeo del volley, sia maschile che femminile, si disputasse appena pochi giorni dopo che gli atleti erano scesi dagli aerei di ritorno dal Giappone.

Italvolley maschile

La grande delusa, l’Italia, era impronosticabile in entrambe le competizioni. La federazione aveva scelto due strade diverse, concedendo a Davide Mazzanti la rivincita alla guida delle donne e cambiando completamente strada con gli uomini affidandoli a Fefe’ De Giorgi, ex componente di quella generazione di fenomeni che ai tempi di Julo Velasco ci aveva abituati a considerare le più grandi vittorie come un atto dovuto.

Invertendo i fattori, il risultato non è cambiato, e adesso ci lascia storditi e felici con un tricolore in mano a celebrare l’ultima di una serie di imprese di questa estate azzurra che sembra non avere mai fine.

Nove partite le ragazze, nove i ragazzi, tutte vinte, quattro set ciascuno appena concessi agli avversari, finali al cardiopalma, con Egonu & C. capaci finalmente di far piangere a casa sua la Serbia che le aveva irrise per l’ennesima volta a Tokyo. Con Michieletto & C. capaci di risalire dall’inferno contro una Slovenia che assomigliava tanto a quell’Argentina contro cui si era frmata bruscamente la corsa olimpica azzurra.

Siamo campioni di tutto, al termine dell’ennesima domenica di sport in cui le nostre televisioni hanno avuto definizione giusta soltanto per tre colori: il verde, il bianco ed il rosso.

Siamo tuttavia sempre di più un paradosso nazionale vivente. Non siamo capaci di far squadra in nulla, e nemmeno di provarci. A differenza dei nostri atleti, non conosciamo né determinazione individuale né spirito di gruppo. Non conosciamo più nemmeno le ragioni stesse del nostro essere. Eleggiamo coach e leader scadenti, e nessuno sa più qual’è il suo posto in campo. Non abbiamo combinato più niente di buono, né prima né dopo l’abbraccio tra Vialli e Mancini.

Ecco perché le grandi vittorie delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi ci spaventano almeno quanto ci inorgogliscono Non siamo, come già altre volte, all’altezza di chi difende i nostri colori nello sport. Ma stavolta è un dramma, e non più sportivo. Rischiamo veramente la retrocessione dalla serie maggiore, quella in cui militano i paesi civili.

Godiamoci questa ennesima domenica, sulla moto di francesco bagniaia,, la bici di Ganna, sul parquet di Katowice, a Portorose con la nostra deliziosa e fortissima tennista Jasmine Paolini. Poi però basta, e rimbocchiamoci le maniche. Abbiamo da vincere una gara più importante, a partire da questo lunedi. L’avversario è il più duro che ci possa essere, finora per noi imbattibile: noi stessi.

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Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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