Ombre Rosse

Macron: «Ho fatto qualche cavolata»

Lo confessa candidamente Emmanuel Macron, ottavo presidente della Quinta Repubblica francese, ad un consesso di maires, di sindaci convenuti all’Eliseo. L’ammissione segue al quinto fine settimana di tumulti e di scontri tra i gilets jaunes e la gendarmerie che hanno messo a soqquadro Parigi e le principali città della Francia ed in seria difficoltà la vita civile e l’economia transalpina. E’ un’ammissione che rischia di giungere troppo tardi, quando ormai una buona parte di quel 66% di aventi diritto al voto che un anno fa lo mandarono a governare la Francia, facendolo succedere a François Hollande, si sono convinti di averla fatta loro, la cavolata.

Enfant talmente prodige da riuscire a sedurre, lui sedicenne, la sua attuale moglie quand’era la sua quarantenne  professoressa di lettere, Emmanuel Macron nella primavera del 2017 era diventato il salvatore non solo della patria (insidiando lo storico posto nel Pantheon francese occupato da Charles De Gaulle), ma addirittura del continente.

Quando diresse i suoi passi nella notte parigina verso l’Arc du Triomphe accompagnato dalle note dell’Inno alla gioia di Beethoven, tutto l’establishment dell’Unione Europea e del mondo cosiddetto progressista, da Angela Merkel a Barack Obama a Jean–Claude Juncker a Matteo Renzi, gli batté le mani spellandosele. Il prodige non più enfant aveva sbarrato la strada al populismo, al sovranismo, al fascismo impersonati – nella leggenda che le èlites si tramandavano in quel periodo – da Marine Le Pen, figlia di Jean Marie.

Dicono che molti degli attuali indossatori dei gilets jaunes di questi giorni siano casseurs, teppisti agli ordini della Le Pen e magari anche al soldi di Vladimir Putin, un altro che non ama la Francia attuale, et pour cause. Le leggende si aggiornano, e quella che viene raccontata in questi giorni esclude accuratamente la rabbia popolare, di coloro cioé che non arrivano alla metà del mese con lo stipendio – ce ne sono anche nella apparentemente felice Francia – e stavolta non aspettano di sentirsi dire di mangiare brioches se hanno fame, come fece un’altra volta una Maria Antonietta che peraltro aveva sicuramente più charme di questo biondino che ha ereditato il suo palazzo ed il suo potere.

Tricolore francese nel fango la notte della vittoria mondiale in Russia

La via bancaria al socialismo ha pagato il candidato Macron per lungo tempo, quello che l’ha visto saltare dal parti socialistealla banca d’affari Rothschild & Co., al ministero dell’economia sotto Hollande alla Republique en marche con cui ha dato la scalata all’Eliseo. Oltre che nel letto di m.me Trogneux, in una relazione che almeno ai suoi inizi avrebbe configurato almeno per la maggiorenne e poco deontologica professoressa un reato non da poco in diversi paesi di quell’Unione che il marito adesso difende strenuamente.

Ma sembra ormai proprio agli sgoccioli la fortuna del ministro delle imprese. Così lo chiamavano in seno al governement progressista di Manuel Valls, ai tempi di Hollande, il quale per far approvare all’assemblea nazionale i provvedimenti del giovane Macron dovette addirittura ricorrere una volta alla procedura 49.3, una scorciatoia normativa nel diritto parlamentare francese che permette all’esecutivo di adottare un testo di legge senza il voto dei deputati. Chapeau, e tanti saluti alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, e che vide la luce in prima stesura proprio da queste parti.

Le cronache recenti parlano di un Macron ormai assediato nell’Eliseo, come Luigi XVI. Sono lontani i tempi del Mondiale di Russia, la vittoria del modello di integrazione etnica che la Francia festeggiò nel luglio scorso dandosele – anche allora – di santa ragione. Ed anche quelli in cui Macron si ergeva a paladino dell’Unione incrociando la lama con il bieco Salvini. Il prode moschettiere francese contro il sinistro e senza cuore Mazarino italiano.

Sabato scorso, il bieco Salvini era a farsi applaudire dal popolo italiano a Piazza del Popolo a Roma. Chissà se al di là dei vetri delle finestre dell’Eliseo alle orecchie del prode Macron arrivano tutti i giorni gli insulti del popolo francese.

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Mr. Bloogger

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