Accadde Oggi

Montaperti, “lo strazio e ‘l grande scempio”

La penisola italiana era emersa dai secoli bui dell’Alto Medioevo contesa dalle uniche due potenze in grado di assumere un rilievo che andasse al di là e al di sopra delle città-stato di cui era disseminata, i liberi ma deboli Comuni. Il Papato di Roma e d il Sacro Romano Impero si erano contesi palmo a palmo il territorio italiano, prima con la Lotta per le Investiture poi con vere e proprie guerre combattute in campo aperto da loro o da altri per conto loro.

Per il Papa si erano schierati i Guelfi, italianizzazione di Welfen, il nome della casata germanica che contendeva alla stirpe degli Hohenstaufen la corona che era stata di Carlo Magno. Per l’Imperatore, Federico I Barbarossa e poi da suo nipote Federico II, si erano schierati i Ghibellini (da Weiblingen, nome di uno dei castelli di proprietà degli Hohenstaufen in Germania, nel Baden-Württemberg.

Per tutto il tredicesimo secolo l’Italia fu contesa tra questi due partiti, nessuno dei quali abbastanza forte da poter prevalere, in modo che, analogamente a quanto sarebbe successo all’Inghilterra durante la Guerra delle Due Rose, non si riuscì mai ad avviare un effettivo processo di unificazione nazionale.

Al contrario, i liberi Comuni italiani trassero forza proprio da questa contesa e dalle varie fasi in cui si articolò per rafforzare la loro autonomia da un Impero sempre più lontano e più debole, a partire dalla leggendaria vittoria della Lega Lombarda ottenuta a Legnano nel 1176.

In Toscana, nella miriade di Comuni costituitisi dopo l’Anno Mille, ne erano venuti in posizione di supremazia soprattutto due: Firenze e Siena, che alla metà di quel tredicesimo secolo erano ormai in rotta di collisione. Firenze dominava la Valle dell’Arno, Siena la Via Francigena, in palio c’era il controllo di quella che un giorno sarebbe stata la regione Toscana, nonché la via maestra per Roma in un senso e per l’Impero Germanico nell’altro.

Ovviamente, i due Comuni rivali lo erano anche giocoforza nella scelta delle alleanze. Firenze era guelfa, Siena ghibellina, e quando la parola passò alle armi dopo la morte del grande imperatore Federico II, il figlio Manfredi che faceva il suo tentativo di sottomettere l’intera penisola le promise un contingente militare in aiuto.

Tra il 1251 ed il 1258 scaramucce e confronti militari avevano sempre arriso a Firenze, ma nel 1260 a senesi e tedeschi si unirono i ghibellini pisani e di altri Comuni desiderosi di liberarsi dalla signoria fiorentina. Nello schieramento filo-imperiale, spiccava la figura dell’esule fiorentino Farinata degli Uberti, che avrebbe giocato un ruolo determinante nei giorni successivi alla battaglia che si andava a combattere. Il banchiere senese Salimbeni raddoppiò la paga dei soldati germanici, fornendo loro un motivo in più per combattere.

Il 4 settembre 1260 a Montaperti sulle rive dell’Arbia, alle porte di Siena, 3.000 cavalieri e 30.000 fanti guelfi fronteggiarono 18.000 cavalieri e 18.000 fanti ghibellini. Nonostante l’inferiorità numerica, furono questi ultimi a riportare la vittoria, costringendo la Lega Guelfa che faceva capo a Firenze ad una rotta sanguinosa e devastante.

«Lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso, tal orazion fa far nel nostro tempio». Dante Alighieri avrebbe collocato Farinata degli Uberti nel sesto cerchio del suo Inferno, tra gli eretici. Malgrado la simpatia personale, il Sommo Poeta non poteva perdonare al concittadino condottiero la grave sconfitta inferta da costui alla sua stessa città. Eppure Dante avrebbe dovuto essergli grato, perché fu proprio il fiero Farinata (colui che sembrava avere l’Inferno stesso in gran dispetto) ad impedire che la vittoriosa fazione ghibellina toscana decretasse la distruzione completa di Firenze, a quel punto completamente priva di difese dopo che il suo esercito era stato sterminato a Montaperti.

Ci si contentò dell’esilio dei guelfi dalla città, e fu – dal punto di vista dei vincitori – un errore madornale, perché già nel 1269, tre anni dopo la morte di re Manfredi e la fine della casata sveva imperiale, Firenze aveva reso la pariglia a Siena nella battaglia di Colle Val d’Elsa, dove cadde anche il comandante senese Provenzan Salvani.

Il senno di poi non esiste nella storia. Chissà se tuttavia gli ultimi difensori della Repubblica di Siena, arroccati quasi tre secoli dopo nella fortezza di Montalcino e assediati dal Duca di Firenze Cosimo I de’ Medici (che la loro resa e la successiva pace di Chateau Cambresis avrebbero elevato al rango di Granduca di Toscana, mettendo con ciò fine alla plurisecolare indipendenza di Siena), ripensavano a quella storica ed irripetibile occasione che avevano avuto, in quelle ore durante le quali le acque dell’Arbia si tingevano di rosso per il sangue dei fiorentini, e tra il loro esercito e le porte della odiata nemica non si frapponeva più niente.

Autore

Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

Lascia un commento