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Pantani, i giorni della disperazione

L’estate del 1998 coincise con il momento più felice, ancorché conquistato a caro prezzo, della vita di Marco Pantani. Al Giro del 1999 era talmente favorito che nemmeno la proverbiale sfortuna, sotto forma di un salto di catena a Oropa a pochi chilometri dall’arrivo, sembrava poterci fare nulla.

A Madonna di Campiglio, il 4 giugno, vinse la terzultima tappa portando il distacco su Savoldelli, il secondo in classifica, a quasi sei minuti. Il giorno dopo c’era il Mortirolo, per chi sa un po’ di ciclismo notoriamente il paradiso e l’apoteosi degli scalatori. Quasi una passeggiata per Marco, un inferno per gli altri. Il giorno dopo ancora, c’era la passerella a Milano e un nuovo capitolo da aggiungere alla sua leggenda.

Alle 10:00 circa, il destino colpì Marco alle gambe peggio di qualunque fuoristrada o gatto randagio. La Direzione Corsa lo squalificò sulla base dei risultati del controllo sul sangue effettuati dai medici dell’Uci: il valore del suo ematocrito, il tasso di concentrazione dei globuli rossi, era superiore dell’1% a quello consentito, 51%.

Marco Pantani non si riprese più. Sebbene nei quattro anni successivi tentasse a più riprese di riannodare il filo della sua carriera, incrociando anche la strada di quel Lance Armstrong che stava approfittando della sua sostanziale uscita di scena per dare inizio a quella che sarebbe stata la sua fasulla epopea, Marco ritornò se stesso solo per brevi istanti.

Quando lo trovarono nella stanza dell’albergo di Rimini in cui si era recluso per l’ultima volta nel giorno di San Valentino del 2004, nel suo sangue c’erano ovviamente le tracce dell’overdose di cocaina. L’autopsia in compenso consentì di escludere che nella sua carriera avesse fatto ricorso frequente ed in quantità all’Epo, la sostanza che aumentava il tasso di concentrazione dei globuli rossi nel sangue. Le sue vittorie erano state tutte vere. 🅱️

 

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Mr. Bloogger

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