Ombre Rosse

Prima che il gallo canti tre volte

La democrazia ha sempre avuto un grosso difetto, dai tempi di Pericle o – per stare a teorici a noi più vicini – di Tocqueville. Quando si dà voce al popolo, a volte si va incontro a brutte sorprese, a cocenti delusioni. Perché il popolo ha sempre avuto a sua volta un difetto: quasi mai la pensa come le èlites borghesi e istituzionali che pretendono di rappresentarlo vorrebbero. E a volte quel popolo riesce addirittura ad esprimere il suo pensiero, in faccia al mondo.

Da quando questo sistema global-progressista è andato in crisi un po’ dovunque, ma dalle nostre parti in modo particolare, la cosiddetta stampa borghese (che una volta comprendeva i quotidiani storici e poi è finita a inglobare anche quelli di sinistra moderata o smodata) ha preteso di raccontarci la realtà da un punto di vista obbiettivo come quello delle favole della buonanotte. Salvo poi, quando la gente scende in piazza e mette in scena storie diverse, arrabattarsi con nozioni come il sovranismo psichico del Censis ed altre boiate confezionate ad hoc da intellettuali (o presunti tali) stipendiati allo scopo.

Parigi – Gilet Gialli all’Arco di trionfo

La borghesia ha sempre sognato di guidare il popolo, e non c’è mai riuscita per la semplice ragione che del popolo non ci ha mai capito niente. La sua stampa prediletta ci capisce ancora meno, perché i suoi giornalisti non vanno in giro tra la gente (che in fondo detestano non meno dei loro benpensanti lettori), non escono dai loro quartieri residenziali e dai palazzi del potere che non confinano con le banlieues dove si fa la storia, ma bisogna sporcarsi. Sia per farla, che per raccontarla.

E così, sorpresa. A Parigi va in scena l’ennesimo weekend prenatalizio in cui va di moda il giallo, e la polizia scopre che fare i duri con i ragazzi delle scuole è una cosa, farlo con la gente incazzata perché non porta più a casa da mangiare è un’altra. E’ dai tempi di Maria Antonietta che il governo francese dà risposte stupide a domande legittime del popolo, perché dettate dalla fame. Emmanuel Macron è durato, o durerà, meno di Maria Antonietta, che almeno sul patibolo ci salì alla fine con dignità. Portandosi dietro un règime più ancien di quello che di recente ha inteso bloccare la protesta popolare issando in sella il giovane banchiere marito dell’anziana professoressa al posto di Marine Le Pen. Che il popolo ce l’ha dietro per davvero.

Milano – Poliziotti alla prima del Teatro alla Scala

Sorpresa anche nelle nostre piazze. A Milano in quella antistante la Scala, va in scena l’ennesimo siparietto della borghesia milanese che va alla prima fingendo di indignarsi per le contestazioni (ormai cinquantennali, cominciò Mario Capanna, roba vintage), ma in realtà crogiolandovisi. Quanta voluttà nello sfoggiare mise eleganti e attuali come i vestiti dei passeggeri del Titanic la sera del 12 aprile 1912 in faccia ad un popolo che non potrà mai permettersele, che schiuma già rabbia per altri motivi più seri, ma con cui i cumenda milanesi vorrebbero tanto fare razza. Quanta voluttà in quell’applauso da standing ovationa colui che secondo i radical chic in smoking difende il buonismo istituzionale, e in realtà avvicina loro il patibolo storico e morale un po’ di più ad ogni sua esternazione non richiesta.

A Torino, intanto, a Piazza Castello dopo i SI-TAV vanno in scena i NO-TAV. Sono il doppio, perfino la stampa finanziata dalla Confindustria è stata costretta a contarli. Ma soprattutto sono più credibili. Gente vera, che non si veste di giallo come a Parigi, ma che ha le scatole piene di non essere mai stata ascoltata, come le succede da anni. Le grandi opere si devono fare, ma questa gente forse è il caso di starla a sentire. Da noi i giubbotti sono arancioni, non gialli. Non sia mai che anche qui a qualcuno venga voglia di tirarli fuori di macchina e indossarli.

Matteo Salvini

Poi c’è Roma, Piazza del Popolo. La piazza dove il Papa Re faceva issare i patiboli ed eseguire le condanne a morte. La piazza che il popolo romano pertanto è abituato ad amare fino ad un certo punto, e che finora era stata riempita soltanto dai tifosi di Roma e Lazio. Matteo Salvini ci porta quasi 100.000 persone, che strabordano fino in Via del Corso, Via di Ripetta, Via del Babbuino. Chissà che avrebbero detto Pasquino e Trilussa, celebri abitatori di queste zone della capitale, a vedere italiani d’ogni genere radunarsi per un partito che ormai ha tolto il Nord dal nome e ha imboccato la strada di una politica di ricostruzione nazionale. E che parla ad ogni regione italiana il linguaggio che quella regione vuol sentire usare.

L’Italia rialza la testa, grida Salvini dal palco dove stavolta il giustiziato è la vecchia politica e chi l’ha imposta al paese fino a pochi mesi fa. La UE è un avversario con cui trattare a nome di 60 milioni di italiani, non più la kommandantur che diramava i propri diktat da Bruxelles o da Berlino. L’Europa degli zero-virgola, destinata ormai al fallimento elettorale, se il vento di Parigi non anticipa le urne riproponendo dovunque scene da Maggio Francese di 50 anni fa.

Una nuova Ue fondata sul rispetto, il lavoro e il progresso, questo sarebbe il sovranismo psicologico che secondo il Censis e altri boiardi di regime si leva dalle piazze italiane ed europee. Questo è ciò che vogliono gli italiani, dipinti sempre dal Censis come incattiviti. Queste sono le favole della buonanotte che continueranno – auspicabilmente ancora per poco – a raccontare gli editorialisti della stampa borghese, orgogliosi di poter dire IO NON C’ERO. Perché ero altrove, a dilettarmi con l’ultima battaglia degli ectoplasmi, al congresso PD. O a battere le mani a generali ormai senza esercito. Prima che il gallo canti tre volte, negheranno di aver mai fatto i giornalisti. O di aver mai avuto la tessera del PD.

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Mr. Bloogger

Mr. Bloogger

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