Ombre Rosse

Scommessina? Rimpasto…

La sensazione è che a questo punto la crisi di governo sia come quelle partite di Scala Quaranta dove tutti si ritrovano incartati, e nessuno sa più come chiudere. Due carte in mano e niente accodi.

Matteo Salvini avrebbe due carte buone. La consapevolezza datagli dai sondaggi che lo accreditano di un 38% ancora il giorno dopo aver dichiarato la crisi del governo Conte, che sommato all’8% di FdI di Giorgia Meloni ed al 6% di FI di Silvio Berlusconi danno come totale l’unica maggioranza politica esistente nel paese, quello reale. E la certezza di essere nel giusto quando dichiara che non è possibile andare avanti con colleghi di governo che un giorno ti danno di farabutto e fascista ed il giorno dopo di cretino.

Sfidiamo chiunque, soprattutto in concomitanza dei rinnovati attacchi della Magistratura (provate voi a inoltrare ricorso al TAR, e vedete in quanto tempo i signori giudici vi prendono in considerazione, per la Open Arms si riuniscono d’urgenza la vigilia di Ferragosto e se ne escono con una sentenza che vanifica 3.000 anni di civiltà giuridica) e della Lobby Internazionale della Carità Pelosa (che mette in campo due – presunte – briscole come Richard Gere e Antonio Banderas ed una sicura scartina come Luciana Littizzetto, più altri due di coppe che non citiamo per ragioni di spazio).

Il leader leghista sa di avere il pronostico favorevole, ma sa anche che per verificarlo deve passare sotto Forche Caudine pericolosissime, che vanno da una crisi parlamentare completamente al buio a eventuali consultazioni presidenziali da cui per esperienza può uscire di tutto (meno che, di solito, il rispetto della volontà popolare).

Luigi Di Maio ha una carta buona, l’aver presentato in questi mesi la faccia responsabile, operosa, efficiente del suo Movimento. Quella giacca e cravatta, quei capelli corti, quei modi urbani e soprattutto quei risultati portati a casa hanno dimostrato che i 5 Stelle non sono soltanto gente che manda affanculo il prossimo, ma che del prossimo – in senso fattivo – si sa anche preoccupare, se chiamato a governarlo. L’altra carta è pessima, è l’anima alternativa del suo Movimento, quella che fa capo a Fico, a Di Battista, a tutti i ribellisti vecchi e nuovi, ai contrari al mondo moderno sempre e comunque.

Una carta aggravata dalla ridiscesa in campo del nume tutelare Beppe Grillo, il fondatore, che se deve scegliere un’anima propende d’istinto per quella del vaffa, del NO a tutto, del casino eletto a sistema, del tanto peggio tanto meglio. Gigino Di Maio sa di avere la coscienza a posto, ma anche che si tratta di una coscienza che non conta nulla, che va in sott’ordine appena Grillo, Di Battista e Fico riaprono bocca per urlare a squarciagola e sguaiatamente gli slogan che quella parte della loro base che vorrebbe fare andare il popolo italiano ancora in bicicletta o a piedi vuole sentire.

Nicola Zingaretti ha due carte pessime, povero lui. La prima è quella storica in mano al PD, ed ai partiti da cui discende come una costola di Adamo. Per via legalitaria, elettorale, politica in senso buono, la sinistra vince da poche parti. In Italia non ha vinto mai. Un paio di volte si è alleata con i resti della peggior Democrazia Cristiana e grazie a Romano Prodi ha cantato vittoria. Salvo poi fare danni epocali e far rimpiangere a tutti gli italiani il guanto di velluto adottato per tutto il dopoguerra nei confronti di comunisti e post-comunisti. L’altra carta è ingiocabile, è Matteo Renzi. Che rende impraticabile l’unica chance che il PD avrebbe, inciuciarecon i 5 Stelle a fini anti-elettorali. Una strada che porterebbe il giullare di Rignano in auge come non mai, e che farebbe del legittimo segretario, il fratello del commissario Montalbano, un Catarellaqualsiasi.

Giuseppe Conte aveva tanti crediti da vantare nei confronti del popolo e della classe politica a cui ha prestato servizio come premier in questi mesi. E’ riuscito a comprometterne buona parte dimostrando una propensione a girare dalla parte del vento che non gli sospettavamo. Chiamare ossessionato dai porti chiusi il suo Ministro dell’Interno che finora si è battuto quasi da solo (tiepido il supporto del presidente stesso e dell’alleato grillino) per difendere i confini nazionali è una mossa pessima e anche squallida. Dimostra soprattutto che ha già aperto al PD, almeno dentro di sé. E se il Movimento da cui proviene apre al PD, è finito insieme a lui. Perché dimostra di essere un concorrente alla cinese, che fa cioé le stesse cose a prezzo più basso. E non si vede perché i reduci dell’elettorato di sinistra dovrebbero votare lui e loro, i succedanei, e non il PD, marchio avariato ma almeno originale. A denominazione di origine controllata, da settant’anni a questa parte.

Insomma, tutti incartati. Abbiamo azzardato più volte pronostici e ci abbiamo sicuramente azzeccato almeno nell’occasione più importante, quella grazie alla quale il governo gialloverde ha avuto vita. Ne tentiamo un’altro. Il governo gialloverde continuerà, dopo essersi conto di non avere alternative immediate se non letali per il paese, dopo magari essersi chiarito al suo interno dando la colpa al caldo eccessivo di questo agosto.

Il governo gialloverde si rimpasterà, magari con Di Maio alla premiership e Conte dirottato alla UE (l’Italia non ha ancora espresso il suo candidato), e magari con i più scomodi e deleteri ministri grillini accomodati in panchina. Dei nomi? L’ingestibile Toninelli, la dama di carità Trenta o l’amministratore di condominio Tria.

Comunque vada, Salvini sopravviverà perché è l’unico che ha l’idea di come farlo e del perché. E vincerà le prossime elezioni con quota da stabilire, ma comunque in crescita. PD e M5S ci continueranno a lavorare sopra per lui, con l’aiuto di magistrati, lobbisti internazionali e scalmanati vari di una sinistra che festeggia 50 anni di stato confusionale.

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Mr. Bloogger

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