Cinema

Sir Alec Guinness, l’ultimo dei Jedi

«Aiutami, Obi Wan Kenobi… sei la mia unica speranza». Può una lunga e leggendaria carriera di attore shakespeariano essere riassunta in una singola frase, per di più non scritta da Shakespeare né pronunciata sul palco dell’Old Vic o del Globe a Londra, ma bensì in uno studio sperduto dove si gira un improbabile film di fantascienza?

Può, eccome se può. Quando George Lucas, cinematografaro americano, lo scritturò per l’episodio quattro (in realtà il primo) di Guerre Stellari, sir Alec Guinness de Cuffe (Paddington, 2 aprile 1914 – Midhurst, 5 agosto 2000), Commendatore dell’Impero Britannico, aveva già vissuto due vite e due carriere. Più avvincenti peraltro di quanto avrebbe mai potuto toccare alla maggior parte dei suoi colleghi, per non parlare dei comuni mortali.

Era nato nei sobborghi di Londra pochi mesi prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Figlio illegittimo di un nobile che non l’aveva riconosciuto (allora non era infrequente, il cognome del padre – di famiglia anglo-irlandese – faceva, a detta della madre, Guinness, vi dice nulla?), nel suo destino c’erano William Shakespeare (di cui sarebbe stato consacrato come uno dei massimi interpreti, al pari di John Guielguld e Laurence Olivier) e la Royal Navy, con la quale partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, sbarcando tra l’altro in Sicilia con il generale Montgomery.

Poi di nuovo il teatro, Shakespeare, Dickens. Ad una delle sue interpretazioni assisté un altro giovane talento in attesa di esprimersi. Il giovane regista David Lean avrebbe di lì a poco messo la firma su alcuni capolavori della cinematografia mondiale, e come protagonista – dopo averlo visto all’opera sul palcoscenico – avrebbe sempre prediletto, fino ai suoi ultimi giorni, quell’attore che faceva sembrare Shakespeare cucito sulla sua pelle.

Vinsero insieme l’Oscar con Il ponte sul fiume Kwai, dove Guinness interpretava magistralmente l’integerrimo e un po’ legnoso e ottuso ufficiale britannico che comanda un campo di prigionia giapponese e che per salvare l’onore dell’esercito di Sua Maestà si presta alla realizzazione di un’opera che rende un servizio essenziale al suo nemico.

In seguito, sarebbero stati nominati più volte per i successivi capolavori realizzati insieme. Come quel Lawrence d’Arabia dove sir Alec (nel frattempo aveva avuto l’investitura reale) interpreta lo sceicco Faisal, fondatore della dinastia regnante saudita), e quel Dottor Zivago, dove interpreta il generale bolscevico buono, che racconta alla figlia di Lara e Yuri la vita dei suoi genitori e le sue stesse origini.

Con David Lean avrebbe scritto la storia del cinema, fino all’ultimo capolavoro del regista, quel Passaggio in India che precedette il suo passaggio a miglior vita. Lean e Shakespeare si addicevano a Guinness, così come gli si addiceva quel John Le Carrè, altra gloria letteraria britannica, di cui per la BBC interpretò l’anti-eroe George Smiley nella Talpa, riduzione televisiva della spy story per antonomasia.

Ma nel frattempo, il destino aveva giocato uno scherzo – assai piacevole – all’aristocratico e un po’ snob attore britannico, presentandoglisi davanti nelle vesti di un visionario e strampalato regista di cinema americano, con in mano il copione di quella che ad una prima lettura sir Alec definì senza mezzi termini una «favola da spazzatura». Salvo poi farsene prosaicamente conquistare non appena si rese conto che quella spazzatura avrebbe sbancato il botteghino quanto e più dei film del suo prediletto Lean.

Obi Wan Kenobi, l’ultimo dei Jedi, era un personaggio che aveva molto di shakespeariano, più di quanto al suo stesso interprete sarebbe piaciuto per lungo tempo di ammettere. Alec Guinness detestò a lungo il maestro Jedi, soprattutto – pare – perché moriva troppo presto. Ma ripensandoci, fu proprio quello alla lunga a farglielo accettare, perché la sua scomparsa prematura ed il suo ricongiungimento alla Forza (ma anche i suoi frequenti dialoghi mentali con l’allievo Luke Skywalker che in pratica resuscitavano di continuo il personaggio) lo rendevano un personaggio che non avrebbe sfigurato affatto nel cast dell’Amleto.

In più, per quanto sir Alec non se la passasse affatto male con i proventi della sua carriera da grandissimo attore, fu la saga delle stelle a renderlo decisamente ricco, spingendolo ad assicurarsi che Lucas avesse previsto un ruolo anche per lui e per il suo tanto vituperato Obi Wan nel copione degli episodi seguenti.

Per le generazioni successive al 1977, il Commendatore dell’Impero Britannico nonché Premio Oscar, fu praticamente ed esclusivamente il maestro Jedi che aveva istruito due generazioni di Skywalker, il tormentato Anakin che alla fine fallisce cedendo al Lato Oscuro della Forza ed il figlio Luke che lo redime e lo riscatta, ed insieme riscatta anche il suo vecchio maestro.

Dicono che Guinness soffrisse di questa sua popolarità limitata all’ultimo e all’apparenza meno gradito dei suoi characters, e cestinasse le lettere dei fans indirizzate a Obi Wan, anziché a lui, senza neanche aprirle. Ma ci riesce difficile pensare che non si fosse reso conto di aver avuto un ruolo di primo piano nella più shakespeariana delle storie di fantascienza mai prodotte dal cinema.

La storia di Anakin e Luke, della principessa Leila e della sua ultima speranza sembra davvero tratta dall’Amleto. E il vecchio e un po’ burbero attore britannico, figlio illegittimo del produttore della birra più famosa del mondo e assurto a vette di gloria che suo padre avrebbe soltanto potuto sognare, lo sapeva benissimo ed in questa storia complicata di padri e figli ci si ritrovava da par suo. Basta vedere come sorride (sornione e understating come solo un british upper class può essere capace di fare) quando compie le sue magie Jedi, o estrae la spada laser per un duello finale che il bardo di Stratford on Avon non avrebbe saputo scrivere meglio nei suoi drammi teatrali.

Autore

Mr. Bloogger

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