Ombre Rosse

Vaccini, camicie e fondoschiena

Uniformarsi al pensiero unico è meno faticoso che coltivarne uno proprio. D’altra parte va considerato che i diritti a cui rinunciamo non li recupereremo al termine della pandemia. I governi, a cominciare dal nostro, hanno già fatto sapere che ce ne saranno altre, che la vaccinazione diverrà permanente, che il bene pubblico e comune – così come loro governi lo interpretano ovviamente – avrà la precedenza sul bene e sui diritti dei singoli. Quella roba insomma per cui fecero quella guerra, una ottantina di anni fa, facendo un gran casino e distruggendo mezzo mondo.

In un film che ho visto di recente, c’é una frase che mi ha colpito. «I cittadini moderni rinunciano volentieri ai loro diritti, preoccupandosi più del loro tenore di vita». O qualcosa del genere. Ci si vaccina perché si ha paura di non poter più andare al mare, allo stadio, in discoteca, oppure addirittura a lavorare. O anche solo per non sentirsi più rompere i coglioni. Non perché si è realmente convinti che quella pozione iniettata nelle nostre vene faccia davvero bene al nostro organismo.

Anche Hiler si preoccupava che non si diffondesse un determinato contagio

Il fatto è che questa vaccinazione, a differenza di quelle che ci hanno resi più sani negli anni 50 e 60, non ci arriva dopo un adeguato periodo di test efficaci e attendibili, dopo aver escluso effetti collaterali più dannosi del male che intenderebbe curare. Questa vaccinazione, per dirla come dicevano i nostri vecchi, fa come la camicia al culo quando non ci arriva. Non esclude la possibilità che dopo averla subita siamo di nuovo infettati, o a nostra volta infettiamo qualcuno. Non garantisce nulla, se non un certificato di idoneità sociale, un permesso di circolazione e di accesso a luoghi di necessità o di svago.

Anche i pass rilasciati dal governo tedesco dell’epoca negli anni trenta erano concepiti in tal senso. E a Norimberga, alla fine di quel governo, fu addirittura impiccato qualcuno per aver condotto o anche soltanto favorito esperimenti medici su cavie non volontarie. Stabilendo – nelle intenzioni di chi giudicò la materia allora – un principio che era inteso come universale ed immortale. Non da rimettere in discussione alla prima epidemia un po’ più complicata da gestire delle precedenti.

Un consiglio: tenere duro. Prima o poi intelligenza e spirito critico, libertà e autodeterminazione torneranno di moda. Per il bene sia della scienza che della nostra esistenza individuale e collettiva. E magari ci ricorderemo i nomi di chi nel frattempo ha fatto di tutto – dietro lauto compenso – per far sì che diventassimo il gregge di cui parlano gli immunologi. Insieme ai politologi della stessa sponda.

Il primo organo del cui benessere dovremmo preoccuparci, a proposito di sanità, è il cervello. Gli altri stanno bene o male di conseguenza.

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Mr. Bloogger

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