Ombre Rosse

Vaccini, scienza o realtà virtuale

Alle vittime del Covid, in merito alle quali si è scatenata una faida tra statistici di regime senza precedenti (come ha rilevato di recente perfino il presidente dell’Istat, a proposito della questione delle classificazioni nosologiche), si sono aggiunte quelle dei vaccini. Delle quali gli organi di stampa parlano malvolentieri ed il meno possibile, come delle vittime del fanatismo islamico. Ma alla prova dei fatti non è più mistificabile il dato che queste pozioni magiche hanno controindicazioni notevoli, al punto che diversi paesi europei e di altri continenti hanno già provveduto ad alcune significative squalifiche.

Ma guai a dirlo, anche se magari sei un premio Nobel come Luc Montagnier, davanti a cui quarant’anni fa il mondo si genufletteva grato per aver egli trovato il rimedio contro la Morte Nera dell’epoca, l’Aids, e che adesso viene fatto oggetto di pubblico ludibrio e trattato come un vecchio cretino dalla specie umana più idiota insieme a quella dei no-wax: i pro-vax.

Dice il Nobel francese che un vaccino non si mette a punto in tre mesi. Che poi è quello che avrebbe detto Albert Sabin, se fosse stato ancora tra noi. O che ha ancora voce per ribadire il suo vecchio allievo professore Giulio Tarro, che ha voglia a sgolarsi da un anno a questa parte a dire che basta fare ragionevole ricorso ad alcune precauzioni come la mascherina (ma non magari quando sei in macchina da solo, o entri nell’acqua di mare, lì in quel caso ci vuole lo psicoanalista, e bravo), lavarsi le mani, stare all’aria aperta ed al sole (quando c’è), e lasciar fare a Madre Natura ed ai farmaci nel frattempo messi a punto da chi il coronavirus l’ha combattuto nelle prime linee ospedaliere, e non negli studi televisivi.

Lui Montagnier

Non importa essere affiliati alla CIA o all’MI6 per diffidare di certi paladini della salute pubblica (attenzione a commentare a proposito degli interessi o dei conflitti di interessi di costoro, perché Facebook e gli altri social vi silenziano subito, Zuckerberg e Dorsey l’arte della sopravvivenza l’hanno imparata da tempo).

Non importa avere un master in immunologia o infettivologia per capire che se sono le aziende di Big Pharma a rivolgersi direttamente alle Agenzie Europee ed Americane del Farmaco per farsi ammettere sul mercato, allora c’è qualcosa che non va.

Non importa avere Q.I., particolari per capire che un vaccino che non copre al 100% (sia l’individuo che il cosiddetto e famigerato gregge) non è un presidio contro niente, men che meno della salute di coloro più deboli che vogliamo preservare e con la cui salvaguardia ci giustifichiamo allorché la tentazione di cedere alle enormi pressioni psicologiche dell’establishment politico-affaristico-mediatico-sanitario per costringere ad offrire il braccio alla fatale siringa si fanno insostenibili.

Siamo la generazione che non vuole storie, e per questo alla fine ha deciso di farselo (il vaccino). Siamo la generazione che se salta il mare per il secondo anno consecutivo sclera, ma intanto gli operatori turistici invernali che si fottano, seguiti a breve da quelli marittimi. Perché il bravo governatore che abbiamo acclamato a furor di popolo ancora col cavolo che paga loro dei ristori decenti.

Siamo quelli che mandiamo i nostri ragazzi di quindici anni a farsi bucare, con il sorrisetto ebete sulle labbra, lo stesso che hanno quando si mettono in coda per l’iPhone. E il bello è che crediamo di preparare ancora per loro un mondo migliore.

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Mr. Bloogger

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